
Ci sono legami che non si spiegano con le parole. Esistono connessioni che superano la logica, che non hanno bisogno di essere nominate per essere vere. Tra un cane e il suo umano non c’è bisogno di spiegazioni, di diagnosi, di promesse. C’è solo una fedeltà istintiva, assoluta, che non vacilla davanti alla sofferenza, né alla paura.
Quando tutto cambia, quando la malattia entra nella casa e toglie ritmo alla vita, chi ama davvero non cerca di capire, ma si adatta, si fa presenza. Il cane non ha bisogno di conoscere il nome del male. Lo percepisce nell’aria, nel passo rallentato, nell’assenza di gesti abituali.
Non è il dolore che lo spaventa. Non è la lentezza, né il silenzio. Lui rimane. E nella sua immobilità c’è una forza che sorprende chi guarda da fuori, perché quello che sembra un semplice atto di compagnia è, in realtà, una forma profonda di sostegno.
Il cane non cura con farmaci, non consola con parole ma è lì, completamente, interamente, con ogni fibra del suo essere, con ogni battito del suo cuore. Resta quando tutto il resto si ritira e nel suo restare, protegge. Calma. Guarisce in un modo che la scienza, spesso, fatica a misurare.
A volte dimentichiamo quanto l’amore vero sia fatto di presenza più che di azioni.
Di silenzio più che di discorsi.
Di restare, quando sarebbe più facile andarsene.
Tayson non era lì per essere utile. Era lì perché l’amore autentico non abbandona. Non si misura in parole o gesti appariscenti. Si manifesta nella scelta quotidiana di esserci, di condividere anche la sofferenza.
E questo, alla fine, è ciò che conta davvero avere accanto qualcuno che non se ne va, che rimane anche quando il mondo si fa fragile.
Perché il vero amore quello che cura davvero non fa rumore, ma si sente Sempre…
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