Pagine 9

mercoledì 17 settembre 2025

Le culle che non oscillano










Ci sono dolori che non trovano parole, perché non appartengono al linguaggio comune. Sono perdite che restano sospese, senza fotografie, senza anniversari, senza storie da raccontare a chi non c’era. Il dolore per un figlio che non ha visto la luce è uno di questi: un lutto intimo, invisibile agli occhi del mondo ma bruciante nel cuore di chi lo porta.


La società spesso fatica a riconoscerlo invita a guardare avanti, a non restare imprigionati in un passato che sembra non esistere, ma  quel passato esiste eccome, ed è inciso nei ricordi, nei gesti quotidiani, nelle stanze che hanno accolto sogni e attese.


Ci sono famiglie che hanno preparato una casa all’arrivo di un piccolo essere pareti colorate, tende scelte con cura, minuscoli indumenti piegati in attesa. Poi, all’improvviso, tutto si ferma. 


Quelle stanze diventano spazi sospesi, luoghi che gridano assenza. In fretta, qualcuno svuota cassetti e armadi, nel tentativo di arginare il dolore. Ma non si può svuotare il cuore con la stessa rapidità.


Ci sono donne che conoscono la crudele esperienza di lasciare un ospedale senza quel dono che avevano immaginato tra le braccia. Camminano in mezzo alla gente con un corpo che porta i segni della vita e, nello stesso tempo, del vuoto. Si ritrovano costrette a fare i conti con un silenzio assordante, con domande non dette e con sguardi che spesso minimizzano. Frasi che, invece di consolare, rendono più acuto il dolore


Ci sono padri che affrontano il lutto in solitudine, perché spesso non viene riconosciuto il loro dolore. Si pensa che solo le madri abbiano perso, ma anche per loro c’era un nome pensato, un futuro immaginato, una carezza che non potranno mai dare. La loro sofferenza, silenziosa e nascosta, è fatta di assenze che restano e di sogni che non avranno compimento.


E ci sono fratelli e sorelle mai nati, figure invisibili che continuano a vivere nei pensieri della famiglia. Sono presenze leggere, ma costanti bambini mai conosciuti eppure sempre ricordati. A volte diventano un segreto condiviso solo nei cuori dei genitori, altre volte un nome sussurrato che resta scritto in un diario o in una preghiera.


Questi lutti non hanno rituali riconosciuti. Non ci sono cerimonie collettive, non c’è un luogo in cui portare un fiore, non ci sono date che la società ricorda. È un dolore che si consuma dentro le mura di casa e che, proprio per questo, ha bisogno di delicatezza e rispetto. 


Quando si entra nella vita degli altri, non si può mai sapere se dietro un sorriso trattenuto ci sia una stanza vuota, se dietro un silenzio ci sia un amore interrotto.


Imparare a bussare piano alle vite altrui significa riconoscere che non tutto è visibile, che non tutto è raccontabile. Ci sono assenze che pesano quanto presenze, e cuori che portano dentro di sé nomi mai pronunciati.


 Dare dignità a questo dolore significa offrire ascolto, silenzio e rispetto, perché un figlio che non è nato non è mai niente è stato atteso, immaginato, amato. E questo lo rende per sempre parte della storia di chi resta.

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