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lunedì 22 dicembre 2025

Il desiderio che si spegne




C’è una convinzione sempre più diffusa secondo cui amare un figlio significhi non fargli mancare nulla. Ogni bisogno viene anticipato, ogni richiesta soddisfatta, ogni attesa evitata. Il desiderio, appena nasce, viene immediatamente colmato. In questa logica, comprare diventa un gesto d’amore, un modo rapido per proteggere i figli dalla frustrazione e, spesso, anche dai sensi di colpa degli adulti. Ma ciò che nasce come attenzione rischia, nel tempo, di trasformarsi in una privazione silenziosa: quella del desiderio stesso.


Il desiderio, infatti, non è solo voglia di possedere qualcosa. È tensione, immaginazione, attesa. È la capacità di sentire che manca qualcosa e di restare in quello spazio senza esserne travolti. Quando tutto è subito disponibile, il desiderio non ha il tempo di formarsi, di crescere, di diventare motivazione. Il bambino non impara a volere, ma solo a ricevere. E ricevere senza attesa diventa presto un gesto vuoto, che non lascia traccia emotiva.


Genitori che comprano tutto spesso lo fanno con le migliori intenzioni. Vogliono dare ciò che a loro è mancato, evitare sofferenze, non far sentire i figli diversi dagli altri. In alcuni casi cercano di compensare assenze di tempo, stanchezza, separazioni o difficoltà personali. L’oggetto diventa una scorciatoia affettiva  semplice, immediata, apparentemente efficace. Ma l’affetto non si misura in quantità di cose, bensì nella qualità della relazione.


Un bambino che non sperimenta il limite fa fatica a sviluppare pazienza e tolleranza alla frustrazione. Se ogni no viene aggirato con un sì mascherato, il mondo esterno diventerà presto un luogo ostile, perché non risponderà con la stessa immediatezza. A scuola, nelle relazioni, nel lavoro futuro, la realtà non sarà sempre disposta a soddisfare ogni richiesta. E quel bambino, diventato adulto, rischierà di sentirsi costantemente insoddisfatto, annoiato, arrabbiato, come se nulla bastasse davvero.


Annullare il desiderio significa anche spegnere la capacità di dare valore alle cose. Ciò che arriva senza fatica non viene interiorizzato, non viene custodito. Il gioco tanto voluto perde interesse in fretta, l’oggetto nuovo viene subito sostituito da un altro, in una rincorsa continua che non appaga mai. Non perché il bambino sia ingrato, ma perché non ha potuto costruire un legame emotivo con ciò che possiede.


Educare al desiderio non significa privare, ma insegnare l’attesa. Significa aiutare i figli a nominare ciò che vogliono, a comprenderne il senso, a distinguere un capriccio da un bisogno. Significa dire qualche no senza sentirsi cattivi genitori, sapendo che anche la frustrazione, se contenuta e accompagnata, è una forma di cura. È in quello spazio tra il voglio e l’avrò che il bambino impara a conoscersi, a sognare, a costruire.


Un genitore che non compra tutto, ma resta presente, ascolta, spiega e condivide, non toglie amore: lo rende più profondo. Perché ciò che nutre davvero un figlio non è l’oggetto che riceve, ma l’esperienza emotiva che vive. E il desiderio, quando non viene annullato, diventa una forza preziosa quella che insegna ad aspettare, a impegnarsi, a dare valore alla vita.

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