
Viviamo in un’epoca in cui schermi e connessioni fanno parte della quotidianità fin dalla prima infanzia. Social network e videogiochi sono spesso percepiti come strumenti innocui o addirittura educativi, ma il loro utilizzo sotto i 13 anni richiede grande attenzione. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, bensì di riconoscere che il cervello, le emozioni e l’identità dei bambini sono ancora in formazione e quindi più vulnerabili a certi stimoli.
L’uso dei social network al di sotto dei 13 anni è considerato rischioso soprattutto perché i bambini non possiedono ancora le competenze emotive e cognitive necessarie per gestire l’esposizione pubblica, il giudizio degli altri e le dinamiche relazionali online. I social favoriscono il confronto costante, la ricerca di approvazione e la dipendenza dai like, elementi che possono incidere negativamente sull’autostima e sull’immagine di sé. Un bambino può iniziare a misurare il proprio valore in base alle reazioni ricevute, sviluppando ansia, insicurezza o senso di esclusione.
Un altro rischio rilevante riguarda la sicurezza. I minori faticano a distinguere ciò che è autentico da ciò che è manipolatorio e possono esporsi a contatti inappropriati, contenuti violenti o sessualizzati, pubblicità ingannevoli e forme di cyberbullismo. Anche quando non accade nulla di esplicito, l’idea di dover mostrare parti della propria vita può interferire con il diritto alla privacy e con una crescita serena.
Per quanto riguarda i videogiochi, il pericolo non risiede nel gioco in sé, ma nell’uso precoce, prolungato o non supervisionato. Sotto i 13 anni il cervello è particolarmente sensibile ai meccanismi di ricompensa rapida livelli, premi, punti e stimoli continui possono favorire forme di dipendenza e ridurre la tolleranza alla frustrazione. Alcuni bambini fanno fatica a interrompere il gioco, mostrano irritabilità o disinteresse verso attività fondamentali come lo studio, il gioco libero, il movimento o le relazioni reali.
Un’esposizione eccessiva può inoltre influire sulla capacità di attenzione, sul sonno e sulla regolazione emotiva. I videogiochi più competitivi o violenti possono aumentare l’aggressività o desensibilizzare alle emozioni altrui, soprattutto quando mancano il dialogo e la mediazione dell’adulto.
Infine, sia social che videogiochi possono anticipare esperienze che richiederebbero una maturità non ancora raggiunta, comprimendo tempi fondamentali dell’infanzia: la noia creativa, il gioco simbolico, la relazione diretta, l’apprendimento graduale delle regole sociali.
Proteggere i bambini sotto i 13 anni non significa escluderli dal mondo digitale, ma accompagnarli con limiti chiari, presenza educativa e tempi adeguati alla loro età. La tecnologia può diventare una risorsa solo quando incontra una mente pronta a comprenderla e adulti capaci di guidarne l’uso. L’infanzia, prima di essere connessa, ha bisogno di essere vissuta.
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