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martedì 13 gennaio 2026

Quando dire no alla chemioterapia









Di fronte a una diagnosi oncologica, la chemioterapia viene spesso percepita come una tappa obbligata, quasi l’unica strada possibile. Eppure, non tutti i pazienti scelgono di intraprenderla. 


Questa decisione, che dall’esterno può apparire incomprensibile o persino irrazionale, nasce in realtà da motivazioni profonde, complesse e altamente personali. 


Comprenderle significa riconoscere che la malattia non coinvolge solo il corpo, ma anche la mente, la storia di vita, i valori e il modo in cui ciascuno attribuisce significato al tempo che resta.


Sviluppo dell’argomento

Una delle ragioni principali che porta alcuni pazienti a rifiutare la chemioterapia riguarda il delicato equilibrio tra benefici attesi e qualità della vita. 


In determinate fasi della malattia, soprattutto quando la prognosi è incerta o sfavorevole, la chemioterapia può offrire un prolungamento limitato della sopravvivenza a fronte di effetti collaterali importanti nausea, dolore, stanchezza profonda, perdita di autonomia. 


Alcune persone scelgono consapevolmente di non sottoporsi a trattamenti che percepiscono come invasivi, preferendo vivere il tempo disponibile con maggiore lucidità, presenza e dignità.


Un altro elemento determinante è l’età o la presenza di altre patologie. Nei pazienti anziani o particolarmente fragili, la chemioterapia può rappresentare un rischio elevato, con conseguenze che talvolta superano i benefici reali. 


In questi casi, il rifiuto della terapia non equivale a un abbandono delle cure, ma a un orientamento verso percorsi alternativi, come le terapie palliative, che mirano al controllo del dolore, dei sintomi e al benessere globale della persona.


Incide profondamente anche la dimensione psicologica ed emotiva. Dopo lunghi percorsi di malattia o trattamenti ripetuti, alcuni pazienti sperimentano un senso di esaurimento fisico e mentale. 


La chemioterapia può essere vissuta come un’ulteriore perdita di controllo sul proprio corpo e sulla propria vita. Dire no diventa allora un atto di autodeterminazione, un modo per riaffermare la propria libertà e scegliere come attraversare il tempo restante.


Non vanno trascurate le convinzioni personali, culturali o spirituali. Ogni individuo interpreta la malattia e la morte secondo una propria visione del mondo. C’è chi attribuisce valore assoluto alla sopravvivenza biologica e chi, invece, pone al centro la coerenza con i propri principi, la fede, o una concezione della vita come dono. 


In questi casi, la decisione di non sottoporsi alla chemioterapia nasce da una gerarchia di valori profondamente radicata e meditata.


Un ruolo fondamentale lo gioca anche la relazione con i medici. Una comunicazione incompleta o frettolosa, la sensazione di non essere ascoltati o coinvolti nelle scelte terapeutiche, possono generare sfiducia e distanza. Al contrario, un dialogo chiaro, rispettoso e umano consente al paziente di compiere scelte davvero consapevoli, qualunque esse siano.


Accanto a tutte queste motivazioni, esistono poi storie reali che hanno assunto nel tempo un valore etico e spirituale universale. Donne che, durante una gravidanza, hanno ricevuto una diagnosi oncologica e hanno scelto di rimandare o rifiutare cure aggressive per permettere al proprio figlio di nascere, accettando consapevolmente il rischio per la propria vita. 


Scelte che non nascono da incoscienza, ma da un amore radicale e da una visione della maternità come dono totale di sé.


Tra queste figure emerge Santa Gianna Beretta Molla, medico e madre, che decise di tutelare la vita della figlia anche a costo della propria, rifiutando interventi che avrebbero compromesso la gravidanza. Morì poco dopo il parto, lasciando una testimonianza luminosa di maternità vissuta fino all’estremo sacrificio.


Più vicina a noi nel tempo è la figura di Chiara Corbella Petrillo, giovane madre romana. Durante le gravidanze scoprì di essere affetta da un tumore, ma scelse di rimandare le cure oncologiche per non mettere a rischio la vita dei figli che portava in grembo. 


Solo dopo la nascita dell’ultimo bambino iniziò le terapie, quando la malattia era ormai avanzata. La sua vita e la sua morte hanno lasciato una traccia profonda, tanto che per lei è stato avviato il processo di beatificazione.


Queste donne vengono spesso ricordate come eroine di santità non perché il loro esempio debba essere imposto o generalizzato, ma perché mostrano come, in alcune circostanze, la libertà umana possa spingersi fino a scelte di amore estremo. 


Le loro storie dimostrano che, per alcuni pazienti, rinunciare alla chemioterapia non significa rifiutare la cura, ma affermare una visione della vita in cui l’amore, la responsabilità verso l’altro e la fedeltà ai propri valori diventano la forma più alta di guarigione possibile.


Dare importanza a queste testimonianze nel discorso significa riconoscere che, accanto alla medicina, esistono dimensioni etiche, spirituali e relazionali che orientano le decisioni più difficili. Dimensioni che meritano rispetto, ascolto e silenzio, perché parlano il linguaggio di un amore che va oltre la sopravvivenza e si misura sul dono.

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