mercoledì 23 aprile 2025

Il Buio di Nicola






Antonio era ricoverato all’Ospedale San Carlo da qualche giorno, in una stanza condivisa. Il suo compagno era Nicola, un uomo di 91 anni, ricoverato dopo essere stato investito da un’auto. Il trauma era stato serio e le sue condizioni, fin da subito, molto critiche. Il personale lo seguiva con attenzione, ma sapevamo tutti che si trattava più di accompagnarlo che di curarlo.

Nicola trascorreva quasi tutto il giorno dormendo. Il suo respiro era profondo, irregolare, e spesso sembrava assente, immerso in un sonno troppo pesante per essere solo riposo. Ogni tanto apriva gli occhi e fissava il soffitto, o un punto indefinito nella stanza. Non parlava molto. I medici dicevano che la lucidità andava e veniva.


Ma di notte, qualcosa cambiava. Sempre verso la stessa ora, la sua voce rompeva il silenzio.


“Dove sono?”


Antonio restava qualche secondo in ascolto, in quel dormiveglia incerto.


“È tutto buio qui… mi sento solo.”


Allora rispondeva piano, senza alzarsi, senza accendere la luce.


“Nicola, siamo in ospedale. Sto qui con te. Puoi dormire tranquillo.”


Di solito bastava. Lui sospirava, si voltava piano, e tornava a dormire. Ma non era raro che, poco dopo, tornasse a chiedere le stesse cose. Sempre le stesse.

“Dove sono?” 

“Perché è tutto buio?” 

“Mi sento solo.”


Ogni volta gli rispondeva con calma, anche se la stanchezza si faceva sentire. Era come se il buio gli cancellasse i riferimenti, e avesse bisogno di una voce per ritrovare il confine delle cose.


Dopo qualche giorno Antonio, lo trasferirono in un altro reparto. Quando andò via, Nicola dormiva. Non ha più avuto sue notizie.


A volte ci pensa a  quelle notti interrotte dalla sua voce fragile alla semplicità della sua richiesta: sapere dove si trovava, e che non era solo.


Si chiede se succederà anche a lui, un giorno. Se al buio sentirà come Nicola il bisogno di chiedere dov’è, e se ci sarà qualcuno a rispondergli. Forse sì. Forse basta davvero poco: una voce, una presenza, un gesto gentile per non sentirsi soli.

martedì 22 aprile 2025

Il Vuoto nel Cuore della Chiesa



È una mattina di primavera quando la notizia arriva, improvvisa, come un fulmine a ciel sereno. Papa Francesco se n’è andato, e il mondo intero resta sgomento.

La sua morte è annunciata in televisione, ma qualcosa nell’aria sembra diverso. Non è solo il Papa che se ne va, è una figura che ha toccato milioni di cuori. 


Un uomo che, con la sua umiltà e la sua forza, ha cambiato il volto della Chiesa. Ora, nella sua residenza di Casa Santa Marta, la sua sedia è vuota, e il mondo non riesce a contenere il vuoto che lascia.


Giulia, una donna di 42 anni, è a Roma per motivi di lavoro. Non è una cattolica praticante, ma quella notizia la colpisce, la scuote profondamente.


 L’aveva visto in televisione, l’aveva ascoltato predicare dalle sue parole piene di speranza, ma non lo sentiva come un semplice leader religioso. 


Era qualcosa di più, c’era una forza nei suoi gesti, una bellezza che trascendeva la religione. 


Era un uomo che aveva fatto della compassione la sua bandiera, che aveva parlato di speranza per tutti, dai ricchi ai poveri, dai potenti agli ultimi. E ora, quel uomo non c’è più.


Giulia si ferma al tavolo di un piccolo bar, cercando di fermare il turbinio di pensieri che la sopraffanno. La piazza, proprio dietro di lei, è gremita di gente. Alcuni si fermano davanti a un negozio, a guardare la televisione accesa. 


Il silenzio è pesante. La folla non parla, ma c’è un rispetto nell’aria, come se ognuno stesse cercando di metabolizzare la realtà di quella perdita.


Giulia si alza e si avvicina alla piazza, senza una meta precisa, cammina lentamente, sentendo il battito del cuore crescere con ogni passo. 


Quando arriva, si ferma davanti alla basilica di San Pietro. Le bandiere sono a mezz’asta, le luci dei negozi si riflettono sulle pietre della piazza. 


Tutto sembra così familiare, ma allo stesso tempo così lontano. Il Papa, che tanto ha predicato l’umiltà, l’amore per i più deboli, non c’è più, un  vuoto che non si riesce a colmare.


“Mi manca già,” mormora Giulia, senza accorgersi che sta parlando ad alta voce. La sua voce si perde nel vento, ma non è più sola.


 Ci sono altre persone attorno a lei, e ognuna sembra vivere lo stesso sgomento. Il dolore è condiviso, ma non ci sono parole, gli sguardi, si incrociano e raccontano di un’umanità che ha perso una guida.


Passano i minuti, ma la notizia continua a riecheggiare nella sua mente, come un’onda che non smette mai di frangersi.


 La piazza, la città, il mondo: tutto sembra più silenzioso, come se il Papa fosse stato una presenza che riusciva a mantenere viva l’umanità nelle persone. Le luci di San Pietro continuano a brillare, ma il Papa non c’è più. C’è un vuoto, un’assenza che pesa.


Giulia si ferma, chiudendo gli occhi per un momento pensa alla sua vita, ai tanti momenti in cui, nel caos quotidiano, ha perso di vista la bellezza delle cose semplici.


 Pensa alla compassione che Papa Francesco ha sempre cercato di promuovere, forse è proprio questo il suo messaggio: vivere con più umiltà, più cuore, più cura per gli altri. 


La sua morte non segna la fine di tutto, ma piuttosto l’inizio di una riflessione che riguarda ogni essere umano, di qualsiasi fede.


Con un respiro profondo, Giulia sorride, quasi a se stessa, non  sa se cambierà la sua vita, se riuscirà a seguire sempre quel cammino di amore e misericordia, ma sa che qualcosa dentro di lei è cambiato. Papa Francesco le ha dato un esempio da seguire e anche se non c’è più, quel messaggio continua a vivere.


Si volta e s’incammina di nuovo verso il bar, con la consapevolezza che, in qualche modo, una parte di lei è ormai legata a quell’uomo che ha fatto dell’amore e della fede il suo cammino.

lunedì 21 aprile 2025

Ovunque tu sia



Ci sono dolori che non hanno parole, ma solo silenzi. Sospiri che si confondono col vento, sguardi persi nel vuoto, sorrisi che non riescono più a nascere. Il dolore di una madre che ha perso il proprio bambino è uno di quei dolori che non finisce mai. Cambia forma, si nasconde, ma rimane lì ogni giorno, ogni notte come un’eco.


Questo è il dramma di una mamma e del suo piccolo Mattia, volato via troppo presto.


Era un pomeriggio qualunque, uno di quelli in cui il silenzio fa più rumore del traffico. Anna era seduta sul divano, con una coperta sulle ginocchia e il cellulare stretto tra le mani. Lo accendeva spesso, quasi per abitudine, come se da un momento all’altro potesse ricevere un messaggio, una foto, un video, una voce.


«Mi manca tutto di te…» sussurrava tra sé e sé, stringendo forte il cuscino che un tempo profumava ancora di lui.


Mattia aveva solo due anni. Due anni di luce, di sorrisi a denti larghi, di corse maldestre e baci sbavati. Due anni in cui Anna aveva scoperto il significato profondo della parola amore.

E adesso… niente.

Solo una stanza che profuma ancora di talco, un lettino intatto, e il suono assordante di un’assenza.


«Mi manca la tua voce, amore mio. Il tuo profumo sulla mia pelle. Il modo in cui ridevi quando ti facevo i dispetti, e correvi da me per avere un bacio.»


Le venivano in mente le piccole cose: le manine sporche, i piedini nudi che battevano sul pavimento, il modo in cui diceva “mamma” come fosse la parola più importante del mondo.


Ogni sera sperava che il tempo facesse qualcosa che lenisse, che ammorbidisse, che chiudesse almeno un po’ quella ferita.

Ma niente.

Il tempo non guariva. Il tempo serviva solo a contare i giorni da quando lui non c’era più.


«Ti amo, amore mio» ripeteva, con una voce spezzata.

«Mi manchi… Mi manchi in ogni gesto, in ogni respiro, in ogni momento che non posso più condividere con te.»


E intanto guardava il cielo, cercando una stella che le sembrasse più vicina delle altre perché forse, da qualche parte, Mattia la stava ascoltando. E magari, anche solo per un attimo, si sarebbe sentita ancora mamma tra le sue braccia invisibili.


Il dolore di una madre non conosce fine, ma conosce trasformazione. Col tempo, quella ferita non smette di far male… impara solo a convivere con il silenzio.

E in quel silenzio, tra una lacrima e un ricordo, lei continua ad amare. 


Non ci sono risposte, non ci sono perché.

Ci sono solo giorni da attraversare, notti da sopportare, ricordi da stringere forte come fossero vita.


Lei non smetterà mai di cercarlo nei sogni, nei sorrisi degli altri bambini, nel vento che soffia leggero quando tutto sembra fermo.

Il suo bambino non è più tra le sue braccia, ma è ovunque il suo cuore sappia riconoscerlo.


E così, ogni mattina, anche se con gli occhi pieni di assenza, lei si alza.

Perché l’amore che ha per lui è più forte del dolore.

Perché un figlio, anche se vola via, non smette mai di essere figlio.

E una madre… una madre non smette mai di amare. Mai.

domenica 20 aprile 2025

Il Bambino che Non Doveva Esistere



Elviro è nato da una gravidanza indesiderata e non pianificata e, fin dall'inizio, la  madre ha voluto che questo bambino sparisse con qualsiasi mezzo necessario. Sfortunatamente, la legge e la sua famiglia non glielo permisero, così fu costretta a portare a termine la gravidanza e a prendersene cura.

Odiava suo figlio fin dal principio, desiderando che morisse o fosse abbandonato ai bordi della strada e  cercava di rendere la sua vita il più miserabile possibile per il peccato di aver osato esistere. Carola aveva un lato crudele e vendicativo.


 genitori di Andrea ed Elviro divorziarono quando i bambini avevano rispettivamente nove e sette anni, e si trasferirono a circa cinque chilometri di distanza dalla casa dove abitavano. Un giorno Carola si arrabbiò così tanto con Elviro che lo mise fuori casa ordinandogli di andare a piedi a casa del padre.


Era una notte di metà dicembre, la temperatura esterna era abbastanza gelida, lui non indossava il cappotto. Carola  chiamò il suo ex  e si vantò dicendogli al telefono: "L'ho buttato fuori senza cappotto e gli ho detto di andare a piedi a casa tua. Non mi importa se gela!"


Lei, non era malata di mente, era  piena di rabbia e odio e si compiaceva nell’ infliggere punizioni a chi non aveva alternative che soffrire. Considerava un privilegio genitoriale poter abusare dei propri figli per qualsiasi motivo, anche se era per divertimento. Provava una certa gioia sadica nel far sentire le persone infelici e inutili.


Fu  allertato il quartiere e tutti  cercarono il bambino. Alla fine lo trovarono mentre vagava infreddolito a meno di 400 metri dalla casa dove abitava. Era sull'orlo dell'ipotermia.

Quel giorno rischiò di morire e non fu l'unica volta in cui sfuggì per un pelo alla morte per mano di sua madre.

Il vicinato non  capì mai perché non fu accusata e arrestata per questo. È morta tre anni dopo.


Dopo diversi anni,  molte persone che conoscevano e avevano assistito agli abusi di Carola sui figli, avvicinandosi ad Andrea ormai diventato adulto, chiesero di suo fratello Elviro e di come era ora,  purtroppo dette loro la notizia che lui non c'era più.


Mori a 14 anni e, ironia della sorte, la madre non c'entrò nulla. La morte avvenne per soffocamento inalando benzina nel garage del  padre. 


Elviro è stato il prodotto di una crudeltà che non ha mai meritato. La sua esistenza è stata una battaglia silenziosa contro l’odio gratuito, la negligenza e l’indifferenza. Nessun bambino dovrebbe essere punito per essere nato. Nessun essere umano dovrebbe dover elemosinare amore da chi ha il dovere di offrirlo.


La società spesso guarda, commenta, sussurra… ma non agisce. I silenzi degli adulti diventano le cicatrici dei bambini. E le cicatrici non sempre guariscono.


Elviro non è morto solo a 14 anni: ha cominciato a morire ogni giorno, da quando capì che non era voluto, né protetto. È sopravvissuto alla madre, ma non alla ferita profonda che lei gli ha inferto nell’anima. La sua morte è stata solo l’ultimo atto di una tragedia che molti hanno visto, ma nessuno ha fermato.


L’amore non dovrebbe mai essere condizionato, e che il silenzio degli altri, spesso, pesa quanto la mano di chi fa del male. Elviro non aveva bisogno di molto. Solo di qualcuno che dicesse: “Tu meriti di vivere. Tu meriti di essere amato.”


Non l’ha sentito in tempo. E ora, resta solo il dovere che tutto questo orrore non si ripeta.