giovedì 5 febbraio 2026

Giovani e lavoro mancato








Il rapporto tra giovani e lavoro, nella società attuale, è sempre più fragile e complesso. Per molte nuove generazioni il lavoro non rappresenta più una certezza né un passaggio naturale dopo la scuola, ma un obiettivo lontano, spesso irraggiungibile. 


Il mancato lavoro non è soltanto l’assenza di un’occupazione, ma una condizione che incide profondamente sull’identità, sull’autonomia e sulla possibilità di progettare il futuro. Parlare di questo tema significa osservare da vicino i cambiamenti del sistema educativo e lavorativo nei tempi in cui viviamo.


Un tempo il percorso verso il lavoro era più diretto. Al termine della scuola dell’obbligo, che coincideva con la terza media, molti ragazzi entravano nel mondo del lavoro imparando un mestiere. Si iniziava come apprendisti, si osservava, si sbagliava, si faceva esperienza sul campo. Il lavoro non era solo una fonte di reddito, ma una scuola di vita. Chi scopriva presto ciò che gli piaceva fare aveva la possibilità concreta di inserirsi nel tessuto produttivo e costruirsi una stabilità nel tempo.


Oggi questo passaggio è diventato sempre più complesso. I giovani sono obbligati a rimanere a scuola fino a una certa età, spesso senza la possibilità di scegliere percorsi realmente pratici o professionalizzanti. L’istruzione, che dovrebbe essere uno strumento di crescita, rischia di trasformarsi in un’attesa forzata, soprattutto per chi avrebbe inclinazioni manuali o desiderio di imparare un mestiere. 


Il risultato è che molti ragazzi arrivano alla maggiore età senza competenze spendibili nel mondo del lavoro e senza un’identità professionale definita.


Nel frattempo, il mercato del lavoro è diventato sempre più selettivo. Oggi non basta la volontà di lavorare: spesso non basta nemmeno il diploma, e in molti casi neppure la laurea garantisce un’occupazione. Si studia più a lungo, si accumulano titoli, ma le opportunità non crescono di pari passo. Il lavoro diventa così difficile da ottenere, frammentato, precario, riservato a chi ha già esperienza, che però nessuno offre davvero la possibilità di costruire.


A rendere il quadro ancora più critico c’è il blocco generazionale. Chi ha già un lavoro tende a restarci il più a lungo possibile, perché le pensioni sono sempre più lontane e incerte. Questo rallenta il ricambio, riduce gli spazi per i giovani e crea una competizione silenziosa tra generazioni. I posti non si liberano, le aziende assumono meno, e chi entra lo fa spesso con contratti instabili e poco tutelati.


La disoccupazione giovanile, quindi, non è frutto di pigrizia o mancanza di impegno, ma di un sistema che ha spezzato il legame tra formazione e occupazione. Da una parte si allunga il percorso scolastico senza offrire alternative concrete, dall’altra si chiede un livello di qualificazione sempre più alto per accedere a lavori sempre meno stabili. Il risultato è una generazione sospesa, che studia, aspetta, si adatta, ma fatica a trovare il proprio posto.


Ripensare il lavoro dei giovani oggi significa anche recuperare il valore del mestiere, dell’apprendimento pratico, dell’esperienza diretta. Significa offrire percorsi diversi ma ugualmente dignitosi, senza far sentire chi non prosegue negli studi come meno valido. 


Finché il lavoro resterà un traguardo sempre più lontano e l’ingresso nella vita adulta verrà continuamente rimandato, il mancato lavoro continuerà a essere una ferita profonda, non solo per i giovani, ma per l’intera società.

martedì 3 febbraio 2026

Il vittimismo diffuso





Negli ultimi anni il vittimismo non è più soltanto una reazione individuale al dolore o all’ingiustizia, ma sembra essersi trasformato in un atteggiamento collettivo, quasi una lente attraverso cui leggere la realtà. 


Sempre più spesso ci si definisce vittime prima ancora di interrogarsi sul proprio ruolo nelle situazioni vissute. 


Questo fenomeno, amplificato dai social, dal linguaggio pubblico e da una crescente fragilità emotiva, si è diffuso come una vera e propria mentalità di massa.


Il vittimismo nasce da un bisogno umano comprensibile essere riconosciuti nel proprio dolore. Sentirsi vittime, in origine, è un modo per dare un nome a una ferita, per chiedere ascolto e protezione. 


Il problema sorge quando questa condizione non è più una fase da attraversare, ma diventa un’identità stabile. In quel momento, il dolore smette di essere elaborato e viene invece esibito, utilizzato come giustificazione o come arma.


Nella società contemporanea il vittimismo trova terreno fertile. Viviamo in un’epoca che enfatizza il diritto a essere offesi, feriti, risarciti emotivamente. Ogni frustrazione rischia di essere letta come un’ingiustizia subita, ogni difficoltà come una colpa altrui. 


Questo meccanismo semplifica la realtà se sono sempre vittima, non devo assumermi responsabilità, non devo mettermi in discussione, non devo cambiare. Qualcun altro è sempre il colpevole.


La diffusione di massa del vittimismo è resa ancora più potente dai social network, dove il racconto del dolore ottiene visibilità, consenso, solidarietà immediata. Il ruolo della vittima viene spesso premiato più di quello di chi cerca soluzioni. 


Il lamento raccoglie più attenzione del silenzioso lavoro su se stessi. Così il vittimismo diventa contagioso si impara che mostrarsi fragili, feriti e accusatori porta riconoscimento, mentre la resilienza passa inosservata.


Questo atteggiamento ha conseguenze profonde. A livello individuale blocca la crescita, perché chi si percepisce solo come vittima resta fermo, in attesa che il mondo cambi al posto suo. A livello collettivo genera conflitto, divisione e una costante ricerca di nemici. 


Il dialogo si impoverisce, perché ogni confronto viene vissuto come un attacco personale, ogni opinione diversa come una minaccia.


Riconoscere il dolore è necessario, ma trasformarlo in identità è pericoloso. Uscire dal vittimismo non significa negare le ingiustizie, bensì recuperare il proprio potere personale. 


Significa passare dalla domanda perché succede sempre a me a cosa posso fare io, ora. In una società che sembra incoraggiare la lamentela continua, scegliere la responsabilità e la consapevolezza diventa un atto quasi rivoluzionario.

lunedì 2 febbraio 2026

Un biglietto non vale una vita







Ci sono situazioni in cui le regole, nate per organizzare la convivenza civile, si trasformano in un alibi per non assumersi responsabilità. Momenti in cui l’applicazione fredda di un regolamento prende il posto del pensiero, dell’empatia, del buon senso. 


Lasciare un bambino solo sotto la neve perché il suo biglietto non copriva la corsa non è un errore marginale né una semplice svista: è il segno di una profonda assenza di umanità. In quell’istante non si è scelto di far rispettare una norma, si è scelto di ignorare una vita.


Le regole sono strumenti, non fini. Servono a garantire equità, sicurezza, ordine. Ma quando vengono applicate senza considerare il contesto, diventano cieche e pericolose. 


Un bambino non è un adulto in miniatura non ha la stessa consapevolezza, non ha gli stessi mezzi, non ha la stessa capacità di difendersi. È affidato agli adulti, a chi ricopre un ruolo pubblico, a chi rappresenta un servizio che dovrebbe tutelare, non esporre al rischio.


Lasciare un minore solo, al freddo, sotto la neve, significa sottovalutare il pericolo reale l’ipotermia, lo smarrimento, la paura, il trauma che un’esperienza simile può lasciare. Significa ridurre una persona a una pratica amministrativa, dimenticando che dietro quel biglietto non valido c’è un bambino che trema, che non comprende, che si sente abbandonato. 


In quel momento non conta chi ha sbagliato, non conta la responsabilità economica, non conta la procedura: conta solo proteggere.


Il problema più grave non è la rigidità della norma, ma la rinuncia al giudizio umano. Quando si smette di valutare le conseguenze delle proprie azioni, quando ci si rifugia dietro un regolamento per non avere problemi, si abdica al proprio dovere morale. 


Non tutto ciò che è consentito è giusto, e non tutto ciò che è scritto può essere applicato senza coscienza.


Episodi come quello avvenuto a Belluno colpiscono profondamente perché raccontano una società che sta perdendo la capacità di fermarsi, di vedere l’altro, di assumersi una responsabilità che vada oltre il ruolo. 


Oggi è toccato a un bambino di 11 anni sotto la neve, domani potrebbe essere un anziano, una persona fragile, qualcuno che ha bisogno di aiuto immediato. L’indifferenza non fa rumore, ma lascia ferite profonde.


Certi avvenimenti non devono toccare più nessuno, soprattutto quando coinvolgono vite umane e, ancor di più, quando si tratta di bambini. Non sono incidenti di percorso, ma campanelli d’allarme. 


Le regole vanno rispettate, ma non possono mai diventare più importanti della vita stessa. Un biglietto si può regolarizzare, una multa si può contestare, una procedura si può spiegare. L’umanità, invece, o c’è o non c’è. E senza umanità, nessuna società può dirsi davvero civile.

domenica 1 febbraio 2026

Perché si continua a fumare, anche sapendo che fa male





Fumare è uno dei paradossi più evidenti della società moderna i rischi sono noti, dimostrati, ripetuti ovunque. Eppure milioni di persone continuano ad accendere una sigaretta ogni giorno. Non per ignoranza, ma per un intreccio complesso di fattori psicologici, emotivi, sociali e biologici che rendono il fumo molto più di una semplice cattiva abitudine.


All’inizio, spesso, il fumo non nasce come dipendenza, ma come gesto. Un gesto di curiosità, di imitazione, di appartenenza. Si fuma per sentirsi grandi, per integrarsi in un gruppo, per sembrare sicuri di sé. In molti casi la prima sigaretta è legata a un momento preciso l’adolescenza, un periodo di ribellione, il desiderio di affermare un’identità. In quel momento il rischio è un concetto lontano, astratto, qualcosa che riguarda gli altri o un futuro troppo distante per fare davvero paura.


Col tempo, però, entra in gioco la nicotina. Il cervello si abitua rapidamente a questa sostanza che stimola il rilascio di dopamina, regalando una sensazione temporanea di piacere, calma o concentrazione. È qui che il fumo smette di essere una scelta consapevole e diventa una dipendenza vera e propria. 


Non si fuma più per piacere, ma per non stare male. Per evitare l’irritabilità, l’ansia, il senso di vuoto che l’assenza della sigaretta provoca.


Incide  aspetto emotivo profondo molte persone fumano per gestire lo stress, la solitudine, la noia, il dolore emotivo. La sigaretta diventa una compagnia silenziosa, un rituale che scandisce le pause, un modo per prendersi cinque minuti per sé. In una vita frenetica e spesso priva di spazi di ascolto, quel gesto ripetuto dà l’illusione di controllo e conforto. Anche sapendo che fa male, smettere significherebbe rinunciare a una stampella emotiva.


Per decenni è stato presentato come simbolo di fascino, libertà, successo. Anche oggi, nonostante le campagne di prevenzione, il fumo resta radicato in molte dinamiche sociali pause lavoro, momenti di convivialità, situazioni di tensione. 


Chi fuma spesso si sente compreso solo da chi fuma, creando un mondo personale in cui la sigaretta è linguaggio comune.


Infine, c’è il meccanismo dell’autoinganno. A me non succederà, fumo poco, smetto quando voglio. Il cervello umano è straordinariamente bravo a minimizzare i pericoli quando questi entrano in conflitto con un bisogno immediato. 


I danni del fumo sono reali, ma appaiono lontani nel tempo; il beneficio percepito, invece, è immediato. E l’essere umano, per natura, tende a scegliere il sollievo presente rispetto alla prevenzione futura.


La gente fuma non perché non conosce i rischi, ma perché il fumo risponde a bisogni profondi appartenenza, gestione delle emozioni, dipendenza chimica, abitudine mentale. 


Capire questo non significa giustificare il fumo, ma riconoscere che smettere non è solo una questione di forza di volontà. È un percorso che richiede consapevolezza, supporto e spesso la capacità di trovare nuovi modi, più sani, per affrontare la vita e le sue fragilità.