
Il rapporto tra giovani e lavoro, nella società attuale, è sempre più fragile e complesso. Per molte nuove generazioni il lavoro non rappresenta più una certezza né un passaggio naturale dopo la scuola, ma un obiettivo lontano, spesso irraggiungibile.
Il mancato lavoro non è soltanto l’assenza di un’occupazione, ma una condizione che incide profondamente sull’identità, sull’autonomia e sulla possibilità di progettare il futuro. Parlare di questo tema significa osservare da vicino i cambiamenti del sistema educativo e lavorativo nei tempi in cui viviamo.
Un tempo il percorso verso il lavoro era più diretto. Al termine della scuola dell’obbligo, che coincideva con la terza media, molti ragazzi entravano nel mondo del lavoro imparando un mestiere. Si iniziava come apprendisti, si osservava, si sbagliava, si faceva esperienza sul campo. Il lavoro non era solo una fonte di reddito, ma una scuola di vita. Chi scopriva presto ciò che gli piaceva fare aveva la possibilità concreta di inserirsi nel tessuto produttivo e costruirsi una stabilità nel tempo.
Il risultato è che molti ragazzi arrivano alla maggiore età senza competenze spendibili nel mondo del lavoro e senza un’identità professionale definita.
Nel frattempo, il mercato del lavoro è diventato sempre più selettivo. Oggi non basta la volontà di lavorare: spesso non basta nemmeno il diploma, e in molti casi neppure la laurea garantisce un’occupazione. Si studia più a lungo, si accumulano titoli, ma le opportunità non crescono di pari passo. Il lavoro diventa così difficile da ottenere, frammentato, precario, riservato a chi ha già esperienza, che però nessuno offre davvero la possibilità di costruire.
A rendere il quadro ancora più critico c’è il blocco generazionale. Chi ha già un lavoro tende a restarci il più a lungo possibile, perché le pensioni sono sempre più lontane e incerte. Questo rallenta il ricambio, riduce gli spazi per i giovani e crea una competizione silenziosa tra generazioni. I posti non si liberano, le aziende assumono meno, e chi entra lo fa spesso con contratti instabili e poco tutelati.
La disoccupazione giovanile, quindi, non è frutto di pigrizia o mancanza di impegno, ma di un sistema che ha spezzato il legame tra formazione e occupazione. Da una parte si allunga il percorso scolastico senza offrire alternative concrete, dall’altra si chiede un livello di qualificazione sempre più alto per accedere a lavori sempre meno stabili. Il risultato è una generazione sospesa, che studia, aspetta, si adatta, ma fatica a trovare il proprio posto.
Ripensare il lavoro dei giovani oggi significa anche recuperare il valore del mestiere, dell’apprendimento pratico, dell’esperienza diretta. Significa offrire percorsi diversi ma ugualmente dignitosi, senza far sentire chi non prosegue negli studi come meno valido.
Finché il lavoro resterà un traguardo sempre più lontano e l’ingresso nella vita adulta verrà continuamente rimandato, il mancato lavoro continuerà a essere una ferita profonda, non solo per i giovani, ma per l’intera società.


