
Negli ultimi anni il vittimismo non è più soltanto una reazione individuale al dolore o all’ingiustizia, ma sembra essersi trasformato in un atteggiamento collettivo, quasi una lente attraverso cui leggere la realtà.
Sempre più spesso ci si definisce vittime prima ancora di interrogarsi sul proprio ruolo nelle situazioni vissute.
Questo fenomeno, amplificato dai social, dal linguaggio pubblico e da una crescente fragilità emotiva, si è diffuso come una vera e propria mentalità di massa.
Il vittimismo nasce da un bisogno umano comprensibile essere riconosciuti nel proprio dolore. Sentirsi vittime, in origine, è un modo per dare un nome a una ferita, per chiedere ascolto e protezione.
Il problema sorge quando questa condizione non è più una fase da attraversare, ma diventa un’identità stabile. In quel momento, il dolore smette di essere elaborato e viene invece esibito, utilizzato come giustificazione o come arma.
Nella società contemporanea il vittimismo trova terreno fertile. Viviamo in un’epoca che enfatizza il diritto a essere offesi, feriti, risarciti emotivamente. Ogni frustrazione rischia di essere letta come un’ingiustizia subita, ogni difficoltà come una colpa altrui.
Questo meccanismo semplifica la realtà se sono sempre vittima, non devo assumermi responsabilità, non devo mettermi in discussione, non devo cambiare. Qualcun altro è sempre il colpevole.
La diffusione di massa del vittimismo è resa ancora più potente dai social network, dove il racconto del dolore ottiene visibilità, consenso, solidarietà immediata. Il ruolo della vittima viene spesso premiato più di quello di chi cerca soluzioni.
Il lamento raccoglie più attenzione del silenzioso lavoro su se stessi. Così il vittimismo diventa contagioso si impara che mostrarsi fragili, feriti e accusatori porta riconoscimento, mentre la resilienza passa inosservata.
Questo atteggiamento ha conseguenze profonde. A livello individuale blocca la crescita, perché chi si percepisce solo come vittima resta fermo, in attesa che il mondo cambi al posto suo. A livello collettivo genera conflitto, divisione e una costante ricerca di nemici.
Il dialogo si impoverisce, perché ogni confronto viene vissuto come un attacco personale, ogni opinione diversa come una minaccia.
Riconoscere il dolore è necessario, ma trasformarlo in identità è pericoloso. Uscire dal vittimismo non significa negare le ingiustizie, bensì recuperare il proprio potere personale.
Significa passare dalla domanda perché succede sempre a me a cosa posso fare io, ora. In una società che sembra incoraggiare la lamentela continua, scegliere la responsabilità e la consapevolezza diventa un atto quasi rivoluzionario.


