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martedì 21 ottobre 2025

L’avvocato, tutta colpa del singolo o del sistema?

 





Dire che “l’avvocato di oggi è per il 90% corrotto” è una frase dura, che nasce più da una sensazione collettiva che da un dato reale. Spesso sono le notizie di scandali, processi truccati o casi di abuso a far crescere l’idea che la professione sia ormai irrimediabilmente compromessa. Ma tra la percezione e la realtà c’è una distanza che va compresa, perché confondere le due cose porta solo a generalizzazioni ingiuste.

È vero, la corruzione esiste e in alcuni contesti assume forme gravi, ma non si può ridurre l’intera categoria a un’unica immagine. Ci sono avvocati che esercitano con profonda integrità, mossi da un autentico senso di giustizia, e altri che piegano la professione a interessi personali o a logiche di potere. È nella natura umana che convivano entrambe le spinte, ma il problema diventa più ampio quando la corruzione non riguarda solo il singolo, bensì l’ambiente che lo circonda.

Anche le istituzioni che rappresentano la categoria hanno una responsabilità importante ordini, associazioni e consigli dovrebbero garantire una reale autoregolamentazione, vigilando su comportamenti scorretti e difendendo l’etica della professione. Se questo meccanismo si indebolisce, la fiducia collettiva si sgretola.


E infine c’è il livello più alto, quello del sistema giudiziario e politico, dove leggi poco chiare, controlli deboli e mancanza di trasparenza possono diventare terreno fertile per abusi e compromessi. In questi casi non è solo il singolo a sbagliare, ma un intero sistema che consente o addirittura premia la disonestà.


Per restituire dignità alla figura dell’avvocato occorre quindi un impegno condiviso più chiarezza, più sanzioni per chi tradisce il proprio ruolo e una cultura che non si limiti a puntare il dito, ma chieda miglioramenti concreti. Solo così si potrà tornare a vedere l’avvocato per ciò che dovrebbe essere un difensore della giustizia, non un suo commerciante.

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