
Dire che “l’avvocato di oggi è per il 90% corrotto” è una frase dura, che nasce più da una sensazione collettiva che da un dato reale. Spesso sono le notizie di scandali, processi truccati o casi di abuso a far crescere l’idea che la professione sia ormai irrimediabilmente compromessa. Ma tra la percezione e la realtà c’è una distanza che va compresa, perché confondere le due cose porta solo a generalizzazioni ingiuste.
Anche le istituzioni che rappresentano la categoria hanno una responsabilità importante ordini, associazioni e consigli dovrebbero garantire una reale autoregolamentazione, vigilando su comportamenti scorretti e difendendo l’etica della professione. Se questo meccanismo si indebolisce, la fiducia collettiva si sgretola.
E infine c’è il livello più alto, quello del sistema giudiziario e politico, dove leggi poco chiare, controlli deboli e mancanza di trasparenza possono diventare terreno fertile per abusi e compromessi. In questi casi non è solo il singolo a sbagliare, ma un intero sistema che consente o addirittura premia la disonestà.
Per restituire dignità alla figura dell’avvocato occorre quindi un impegno condiviso più chiarezza, più sanzioni per chi tradisce il proprio ruolo e una cultura che non si limiti a puntare il dito, ma chieda miglioramenti concreti. Solo così si potrà tornare a vedere l’avvocato per ciò che dovrebbe essere un difensore della giustizia, non un suo commerciante.
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