
La vita chiede presenza, energia, coinvolgimento continuo. Ci spinge a reagire, a preoccuparci, a cercare di tenere tutto sotto controllo. Eppure, più tentiamo di afferrare ogni cosa, più rischiamo di smarrire noi stessi.
La serenità non nasce dalla fuga, ma da una capacità più sottile: imparare a stare, senza restare prigionieri di ciò che accade.
Osho lo ricorda con un’immagine semplice e potentissima il fiore di loto. Vive nello stagno, affonda le radici nel fango, ma si innalza sopra l’acqua senza lasciarsi contaminare.
Non rifiuta l’ambiente in cui cresce, non lo combatte, eppure non ne è dominato. I suoi petali restano limpidi perché ciò che è estraneo scivola via. Così dovrebbe fare l’essere umano abitare il mondo, partecipare alla vita, ma senza confondere ciò che fa con ciò che è.
Spesso ci identifichiamo completamente con i nostri ruoli e con le nostre esperienze. Il lavoro diventa la nostra identità, una relazione diventa il nostro equilibrio, un fallimento diventa la nostra condanna.
Un successo ci esalta, ma subito dopo ci imprigiona nella paura di perderlo. In questo modo affidiamo la nostra pace a fattori instabili, che non possiamo governare fino in fondo.
Il distacco non è freddezza né disinteresse. È la capacità di vivere intensamente senza aggrapparsi. Significa impegnarsi, amare, costruire, e poi lasciare che i risultati seguano il loro corso.
Godere delle relazioni senza soffocarle, apprezzare ciò che si possiede senza esserne definiti, attraversare il dolore senza trasformarlo in rancore. È una libertà interiore che non nega le emozioni, ma impedisce loro di diventare padroni.
Il loto non aspetta che l’acqua sia limpida per fiorire. Usa il fango come nutrimento. Allo stesso modo, la fatica, la perdita, la delusione e persino la sofferenza fanno parte del cammino umano.
Non sono ostacoli da eliminare, ma passaggi attraverso cui crescere. Non siamo qui per evitare il dolore a ogni costo, ma per elevarci nonostante esso.
Trascendere significa sentire senza indurirsi, imparare senza incattivirsi, gioire senza perdersi. Vuol dire proteggere la propria pace, stabilire confini, ridurre il rumore inutile, scegliere con più consapevolezza a cosa dare valore. Non è un invito a vivere di meno, ma a vivere meglio, con presenza e lucidità.
Si può restare calmi nel traffico, amare senza possedere, perdere qualcosa senza perdere se stessi. Si può rispondere alla vita invece di reagire impulsivamente. Il vero “fango” è fatto di aspettative altrui, confronti continui, approvazione cercata a ogni costo, pensieri che girano a vuoto. Non serve odiarlo né ignorarlo. Serve attraversarlo e andare oltre.
Come il loto, possiamo stare nella complessità della vita senza esserne travolti. Radicati, ma leggeri. Presenti, ma liberi. Crescendo attraverso ciò che ci pesa, impariamo a danzare sotto la pioggia senza lasciare che ci sommerga. È così che si vive pienamente, senza perdere la propria essenza.
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