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mercoledì 21 gennaio 2026

Quando il karma presenta il conto




Ci sono ferite che bruciano più del dovuto perché non nascono solo dal dolore, ma dall’ingiustizia. Quando qualcuno fa del male con leggerezza, magari sorridendo, lasciando dietro di sé macerie emotive, la prima reazione umana è chiedersi perché. Perché a me? Perché a lui è permesso andare avanti come se nulla fosse? 


È in questi momenti che il concetto di karma assume un significato profondo non come punizione, ma come legge naturale della vita, lenta, silenziosa e inevitabile.


Il karma non ha fretta e non si annuncia. Non arriva con il rumore della vendetta, né con l’esibizione del castigo. 


È discreto, quasi invisibile, ma tremendamente preciso. Non ha bisogno che qualcuno lo invochi, perché non risponde all’orgoglio ferito di chi ha subito, bensì all’equilibrio dell’esistenza. 


Ogni gesto, ogni parola, ogni intenzione lascia un’impronta. Anche quelle che sembrano innocue o giustificate.


Chi fa del male ridendo spesso vive nell’illusione del controllo. Crede di essere più forte, più furbo, più intelligente. Ride perché pensa di aver vinto, perché non vede conseguenze immediate. Ma la vita non funziona come un conto che si chiude a fine giornata. Alcuni debiti maturano interessi nel tempo, e più vengono ignorati, più diventano pesanti.


Il karma non colpisce sempre nello stesso modo in cui si è ferito. A volte non restituisce dolore con dolore, ma con il vuoto. Con relazioni che si spezzano senza spiegazioni, con una solitudine che pesa più di mille parole, con una pace interiore che non arriva mai. 


Chi ha seminato cattiveria si ritrova spesso circondato da diffidenza, incomprensione, sospetto. E allora il sorriso di un tempo lascia spazio alle lacrime, perché non c’è nulla di più duro del dover convivere con se stessi.


Aspettare il karma non significa restare immobili o subire in silenzio. Significa scegliere consapevolmente di non diventare ciò che ci ha feriti.


 È una forma di forza interiore, una dichiarazione di rispetto verso se stessi. Vuol dire lasciare che il tempo faccia il suo lavoro, mentre noi continuiamo a camminare senza caricare l’anima di rancore.


C’è una profonda differenza tra giustizia e vendetta. La vendetta nasce dal bisogno di pareggiare i conti, il karma nasce dal bisogno di ristabilire l’ordine. 


La prima consuma, il secondo insegna. Per questo, chi ha subito e ha saputo aspettare, spesso guarisce prima di chi ha colpito. Perché non porta con sé il peso della colpa.


Alla fine, il karma non umilia, non schiaccia, non infierisce. Si limita a mostrare. Mostra chi siamo stati, cosa abbiamo scelto, che tipo di traccia abbiamo lasciato negli altri. 


E allora accade che chi faceva del male ridendo, impari a piangere. Non per vendetta, ma per comprensione tardiva. Chi invece ha scelto il silenzio, la dignità e l’attesa, scopre di aver già trovato la propria giustizia la pace.

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