lunedì 19 gennaio 2026

Come il loto nell’acqua torbida







La vita chiede presenza, energia, coinvolgimento continuo. Ci spinge a reagire, a preoccuparci, a cercare di tenere tutto sotto controllo. Eppure, più tentiamo di afferrare ogni cosa, più rischiamo di smarrire noi stessi. 


La serenità non nasce dalla fuga, ma da una capacità più sottile: imparare a stare, senza restare prigionieri di ciò che accade.


Osho lo ricorda con un’immagine semplice e potentissima il fiore di loto. Vive nello stagno, affonda le radici nel fango, ma si innalza sopra l’acqua senza lasciarsi contaminare. 


Non rifiuta l’ambiente in cui cresce, non lo combatte, eppure non ne è dominato. I suoi petali restano limpidi perché ciò che è estraneo scivola via. Così dovrebbe fare l’essere umano abitare il mondo, partecipare alla vita, ma senza confondere ciò che fa con ciò che è.


Spesso ci identifichiamo completamente con i nostri ruoli e con le nostre esperienze. Il lavoro diventa la nostra identità, una relazione diventa il nostro equilibrio, un fallimento diventa la nostra condanna. 


Un successo ci esalta, ma subito dopo ci imprigiona nella paura di perderlo. In questo modo affidiamo la nostra pace a fattori instabili, che non possiamo governare fino in fondo.


Il distacco non è freddezza né disinteresse. È la capacità di vivere intensamente senza aggrapparsi. Significa impegnarsi, amare, costruire, e poi lasciare che i risultati seguano il loro corso. 


Godere delle relazioni senza soffocarle, apprezzare ciò che si possiede senza esserne definiti, attraversare il dolore senza trasformarlo in rancore. È una libertà interiore che non nega le emozioni, ma impedisce loro di diventare padroni.


Il loto non aspetta che l’acqua sia limpida per fiorire. Usa il fango come nutrimento. Allo stesso modo, la fatica, la perdita, la delusione e persino la sofferenza fanno parte del cammino umano. 


Non sono ostacoli da eliminare, ma passaggi attraverso cui crescere. Non siamo qui per evitare il dolore a ogni costo, ma per elevarci nonostante esso.


Trascendere significa sentire senza indurirsi, imparare senza incattivirsi, gioire senza perdersi. Vuol dire proteggere la propria pace, stabilire confini, ridurre il rumore inutile, scegliere con più consapevolezza a cosa dare valore. Non è un invito a vivere di meno, ma a vivere meglio, con presenza e lucidità.


Si può restare calmi nel traffico, amare senza possedere, perdere qualcosa senza perdere se stessi. Si può rispondere alla vita invece di reagire impulsivamente. Il vero “fango” è fatto di aspettative altrui, confronti continui, approvazione cercata a ogni costo, pensieri che girano a vuoto. Non serve odiarlo né ignorarlo. Serve attraversarlo e andare oltre.


Come il loto, possiamo stare nella complessità della vita senza esserne travolti. Radicati, ma leggeri. Presenti, ma liberi. Crescendo attraverso ciò che ci pesa, impariamo a danzare sotto la pioggia senza lasciare che ci sommerga. È così che si vive pienamente, senza perdere la propria essenza.

domenica 18 gennaio 2026

Quando osservi i tuoi pensieri, smettono di controllarti






Quando i fisici cercano di misurare un elettrone, usano dei fotoni. Ma nel momento in cui lo fanno, quei fotoni ne cambiano il movimento. In altre parole, la misurazione modifica ciò che viene misurato.

Nel mondo quantistico, osservare non è mai un atto neutro è un’interferenza.


Qualcosa di molto simile accade anche nella nostra vita quotidiana.

Quando ti senti osservato, cambi comportamento. Se il tuo capo è alle tue spalle, lavori in modo diverso, anche se non ti sta giudicando apertamente. L’osservazione influenza il modo in cui agiamo.


Questo meccanismo non vale solo nella fisica o sul posto di lavoro. Succede anche dentro la nostra testa.


Giulia soffriva d’ansia. Era una donna intelligente, con una carriera promettente, ma completamente dominata dai suoi pensieri. Dopo una conversazione normale con il capo, passava ore a ripensarci. Analizzava ogni parola detta, cercava errori, immaginava scenari negativi e conseguenze disastrose per il suo futuro professionale. Quando finiva di accusarsi mentalmente, era così stanca da non riuscire più a essere produttiva.


Giulia rappresenta una condizione molto diffusa. Molte persone restano intrappolate in flussi continui di pensieri: cosa pensano gli altri di me, avrò sbagliato, cosa succederà domani?

Questi pensieri si ripetono senza sosta, consumano energia e finiscono per bloccare l’azione, diventando una presenza stabile nella mente.


Un monaco buddista occidentale, Thanissaro Bhikkhu, descrive questo fenomeno come un “comitato” interiore:

c’è la voce che comanda, quella che giudica tutto come giusto o sbagliato, quella che si preoccupa ossessivamente dell’opinione degli altri. Molte persone vivono questi pensieri come se fossero la propria identità, senza rendersi conto che sono solo voci mentali.


La svolta avviene quando si inizia a osservare questi pensieri.

Nel momento in cui li guardi dall’esterno, il tuo rapporto con loro cambia. Non sei più completamente coinvolta, non sei più trascinata. Crei una distanza.


Questo è l’effetto osservatore applicato alla mente.

Osservare i pensieri crea uno spazio tra ciò che accade e la tua reazione. In quello spazio ritrovi lucidità, libertà e potere. Non ti identifichi più con ogni pensiero negativo e smetti di esserne prigioniera.


I pensieri non scompaiono continuano a presentarsi, come hanno sempre fatto. Ma non devi più combatterli né seguirli. Li vedi per quello che sono.


In definitiva, la situazione si ribalta non sono più i pensieri a controllare te, sei tu che li osservi.

sabato 17 gennaio 2026

Le piante hanno sentimenti?







L’idea che le piante possano avere dei sentimenti nasce spesso dall’osservazione quotidiana: una pianta che appassisce se trascurata, che rifiorisce quando viene curata, che sembra rispondere alla presenza umana. 


Tutto questo porta a pensare che le piante possano provare qualcosa di simile alle emozioni. Ma tra ciò che percepiamo con sensibilità e ciò che la scienza dimostra c’è una distinzione importante da fare. Capire se le piante abbiano sentimenti significa, prima di tutto, chiarire cosa intendiamo davvero con questa parola.


I sentimenti, così come li conosciamo noi, sono esperienze interiori legate alla coscienza, al sistema nervoso e al cervello. Emozioni come gioia, paura, dolore o tristezza nascono dall’elaborazione di stimoli attraverso strutture nervose complesse. 


Le piante, da questo punto di vista, sono molto diverse dagli esseri umani e dagli animali non possiedono un cervello né un sistema nervoso centrale. Per questo motivo, la scienza afferma che le piante non provano sentimenti nel senso umano del termine.


Tuttavia, sarebbe un errore considerarle organismi passivi o insensibili. Le piante sono esseri viventi straordinariamente complessi, capaci di percepire ciò che accade intorno a loro. 


Avvertono la luce e si orientano verso di essa, reagiscono alla gravità, al caldo e al freddo, alla mancanza d’acqua, al contatto fisico e persino alla presenza di sostanze chimiche nell’aria o nel terreno. 


Queste reazioni non sono casuali, ma risposte precise e funzionali alla sopravvivenza.


Quando una pianta viene danneggiata, ad esempio da un insetto, può attivare meccanismi di difesa e inviare segnali chimici alle piante vicine, avvertendole del pericolo.


 In altri casi, alcune piante modificano il proprio comportamento dopo stimoli ripetuti, mostrando una sorta di memoria biologica. Questo però non significa che ricordino o provino emozioni si tratta di adattamenti fisiologici, non di esperienze interiori consapevoli.


Spesso, quando diciamo che una pianta soffre o è felice, stiamo usando un linguaggio simbolico. È un modo umano di descrivere fenomeni naturali complessi, attribuendo loro significati emotivi che in realtà appartengono a noi. 


Questa tendenza, nasce dal nostro bisogno di relazione e di empatia con ciò che è vivo, ma non riflette il funzionamento reale delle piante.


Le piante non hanno sentimenti come li intendiamo noi, perché non possiedono le strutture biologiche necessarie per provarli. Eppure, sono organismi sensibili, reattivi e profondamente connessi all’ambiente che le circonda. Non sentono emozioni, ma percepiscono, comunicano e si adattano in modi che continuano a sorprendere la ricerca scientifica. 


Riconoscere questa differenza non toglie valore alle piante, anzi ci aiuta a rispettarle per ciò che sono davvero, senza proiettare su di loro ciò che appartiene esclusivamente all’esperienza umana. 

venerdì 16 gennaio 2026

Le lezioni silenziose di una madre








Ci sono insegnamenti che non vengono spiegati apertamente, ma si insinuano nei gesti quotidiani, nelle frasi ripetute con calma o con stanchezza, in quelle raccomandazioni che sembrano sempre uguali e che, proprio per questo, spesso infastidiscono. 


Durante la crescita è facile scambiarle per imposizioni o limiti alla libertà, senza accorgersi che sono invece il linguaggio discreto di un amore che sa guardare oltre il presente.


Quando una madre invita suo figlio a studiare, non sta cercando di riempirgli le giornate di doveri. Sta pensando a ciò che verrà dopo, a un futuro in cui ogni pagina letta oggi potrà trasformarsi in una possibilità in più domani. 


Lei sa che la fatica di concentrarsi, di rinunciare a qualcosa, di insistere anche quando la voglia manca, è un investimento silenzioso. Anche se il ragazzo vive quello studio come un peso o una perdita di tempo, lei vede in quello sforzo una chiave capace di aprire porte che ora sembrano lontane o invisibili.


Lo stesso accade quando chiede di rassettare la stanza, di sistemare il letto, di dare una mano in casa. 


Non è solo una questione di ordine o di disciplina. In quei gesti apparentemente banali c’è il tentativo di insegnare che nulla si regge da solo, che ogni spazio in cui si vive ha bisogno di cura, attenzione e responsabilità. 


Mettere in ordine una camera significa, senza saperlo, imparare a dare un posto alle cose, al tempo, ai pensieri. È una piccola palestra di vita, fatta di abitudini che un giorno diventeranno fondamentali.


A volte la sua voce può sembrare troppo severa, le sue parole ripetitive, le sue richieste eccessive. Il figlio può sentirsi controllato, giudicato, persino poco compreso. Può pensare che lei non si fidi abbastanza o che non capisca i suoi bisogni. 


Eppure, dietro quella fermezza, non c’è rigidità, ma paura di lasciarlo impreparato. Una madre conosce le difficoltà del mondo, sa quanto possa essere duro e indifferente, e cerca in ogni modo di rendere suo figlio più forte, più consapevole, più capace di affrontare ciò che verrà.


Il suo amore non è quello che protegge da ogni fatica, ma quello che insegna a sostenerla. Non toglie gli ostacoli dal cammino, ma offre gli strumenti per superarli. 


Ogni regola, ogni richiamo, ogni “fallo adesso” è pensato per il giorno in cui lei non potrà più essere lì a guidare, consigliare, correggere.


E sarà proprio allora, quando il figlio si troverà da solo davanti alle scelte importanti, che quelle parole torneranno alla memoria con un significato diverso. 


Capirà che dietro ogni richiesta c’era un desiderio profondo di vederlo in piedi sulle proprie gambe, libero ma responsabile, capace di costruirsi una vita dignitosa e consapevole. 


Solo col tempo riconoscerà che quelle lezioni, così silenziose e quotidiane, erano in realtà una delle forme più autentiche dell’amore di una madre.