lunedì 24 marzo 2025

La Forza del Destino



Ci sono donne che nascono già segnate da un destino implacabile, donne che non scelgono la loro strada ma la percorrono con passo fermo, trasformando ogni ostacolo in una battaglia silenziosa. Mia zia, era una di queste.

La sua spensieratezza finì troppo presto quando sua madre morì dando alla luce una bambina. Invece  di carezze e parole gentili, fu portata tra le mura fredde di un collegio, dove ogni emozione era un lusso e ogni regola una sbarra invisibile. Lì crebbe, non con la dolcezza, ma con la disciplina. Non con la leggerezza, ma con la resistenza. 


Quando ne uscì, non trovò la libertà: la sua nuova prigione aveva il volto della casa dove i suoi fratelli ormai grandi la governavano con la stessa rigidità del collegio.


Ma mia zia non era nata per piegarsi. Dentro di lei ardeva una ribellione silenziosa, una forza che non esplodeva in gesti plateali, ma si radicava giorno dopo giorno, come una quercia che sfida il vento. Lo si vedeva nei suoi occhi, sempre ombrosi, in quell’aria di sfida che non l’abbandonava mai.


Quando suo padre morì, i fratelli decisero che era tempo di “sistemarla”. Uno dopo l’altro, le proposero pretendenti, uomini che avrebbero dovuto darle sicurezza, stabilità, una vita conforme alle regole del tempo. Lei li respinse tutti, senza esitazione. Non voleva essere scelta. Voleva scegliere.


Alla fine, la soluzione che trovarono fu drastica: doveva stare lontana da casa, lontana dalle imposizioni, ma non per vivere la sua vita: per servire in quella di altri. Li l’attendeva la casa di un ricco parente, il compito di fare da balia ai suoi figli. Ancora una volta, un destino deciso da altri.


Ma fu proprio lì, nel cuore di una città che non conosceva, che il fato giocò la sua ultima carta. Un incontro, uno sguardo, una possibilità inaspettata. L’uomo che sarebbe diventato suo marito entrò nella sua vita quasi per caso, eppure cambiò tutto.


Non fu amore a prima vista. Non fu passione ardente. Fu una scelta inevitabile, quasi imposta, perché il rifiuto significava il ritorno a casa, un destino ancora più stretto e soffocante. Così accettò, senza illusioni. Ma col tempo, quel matrimonio divenne qualcosa di diverso: non l’amore romantico delle storie, ma una complicità silenziosa, un legame costruito sul rispetto, sulla presenza, sulla certezza reciproca.


E quando la malattia colpì suo marito, lei rimase. Sempre. Senza mai voltarsi indietro, senza mai prendere in considerazione l’idea di lasciarlo nelle mani di estranei. Perché la sua fedeltà non conosceva condizioni, né esitazioni.


Oggi, ripenso a lei. Non ho ricordi ben precisi di manifestazioni d’affetto, abbracci improvvisi quando andavo a trovarla, mai un ti voglio bene. Ma ho capito. Ho capito che ci sono amori che non si manifestano con le parole, ma con la presenza. Con i gesti impercettibili. Con i silenzi che dicono tutto.


Mia zia era una di quelle donne rare, che non cercavano riconoscimento, che non chiedevano nulla in cambio. Donne che amavano come guerriere: senza clamore, senza proclami, ma con una forza incrollabile.


E oggi so che il suo amore c’era. Sempre. Solo che doveva essere letto tra le righe.

Nessun commento:

Posta un commento