
La vita che conduciamo è affannosa ma se ci fate caso, è anche incosciente rispetto all’obiettivo per cui si nasce e al posto che occupiamo nell’ordine della natura. La vivacità, l’energia che consumiamo, riguarda quasi totalmente l’aspetto pratico. Ci illudiamo che essere vivi significa muoversi, agire, correre e magari sudare.
Riflettendo un po’ scopriamo che queste sono anche prerogative di cavalli, delfini, aquile, serpenti, tartarughe, insomma, degli esseri viventi, partendo dal più scatenato e finendo con il più ozioso.
Il movimento è pure una connotazione delle macchine, che almeno non sudano e che sono sempre pronte a ripetere le stesse azioni.
Nell’era del computer, l’idea di muoversi ci spinge nel far qualcosa nel mondo delle idee, per esempio, scambiarsi messaggi in tempo reale, annullando gli spazi e i confini territoriali.
Il muoversi non può essere la risposta all’esigenza di spendere la vita nel miglior modo possibile, anzi, può essere una maniera per trascorrerla inutilmente. Aggiungiamo a questa nota, il fatto che un terzo della vita la trascorriamo dormendo e inevitabilmente ci ritroviamo vecchi nostalgici di una gioventù bruciata.
L’idea di muoversi dovrebbe essere concepita intellettualmente, cioè leggere, informarsi, studiare, apprendere tutto ciò che dà senso al fatto di essere umani.
Spesso ci ritroviamo a fare le stesse cose come se fossimo delle macchine e rimandiamo a momenti indefiniti attività più consone al nostro essere.
Solo dopo molto tempo ci accorgiamo di aver “perso” tempo. Quel tempo che non ci sarà mai più restituito.
Il cane che ricorre la propria coda è un esempio visivo di come ci comportiamo stupidamente nel corso della vita.
Lavoriamo, risparmiamo, rimandiamo i piaceri a momenti che non potrebbero mai arrivare.
Capita a tutti dire lo faccio domani e il giorno dopo quel domani (diventato oggi) continua ad essere pensato domani.
Si arriva alla fine della vita con quel domani che ci é rimasto sempre davanti burlone.
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