lunedì 5 gennaio 2026

Il rumore che copre il silenzio del buon senso




Ogni anno, allo scoccare della mezzanotte, il nuovo tempo arriva accompagnato da luci, scoppi e rumori che dovrebbero rappresentare festa e allegria. Eppure, dietro quell’abitudine diventata quasi automatica, si nasconde spesso un prezzo alto, fatto di paura, ferite, incidenti evitabili. Raccontare la “strage di Capodanno” non significa puntare il dito, ma fermarsi a riflettere su come certi gesti, ripetuti senza pensarci, parlino di un modo di vivere che ha perso misura. Per capirlo davvero, basta guardare alla vita quotidiana e ricordare com’era un tempo, quando per salutare l’anno nuovo non serviva il fragore, ma un segno semplice e condiviso.


Ogni Capodanno porta con sé lo stesso copione strade che si riempiono di botti, petardi, fuochi improvvisati, spesso maneggiati senza prudenza. Il giorno dopo, puntualmente, restano le conseguenze mani ustionate, occhi feriti, animali terrorizzati, anziani spaventati, balconi danneggiati, marciapiedi sporchi di residui bruciati. È una strage che non fa sempre notizia, perché non ha un unico volto, ma tanti piccoli episodi sparsi, che sembrano quasi normali, accettati come parte del rito.


Eppure non c’è nulla di inevitabile in tutto questo. Nella vita quotidiana sappiamo bene quanto basti poco per farsi male una distrazione, un gesto frettoloso, la voglia di esagerare per sentirsi parte della festa. Il problema è che, a Capodanno, questa leggerezza diventa collettiva. Ci si lascia trascinare dall’idea che “tanto lo fanno tutti”, che un botto in più non cambi nulla. Ma ogni anno cambia qualcosa, e spesso in peggio, per qualcuno.


C’è anche un altro aspetto, più silenzioso ma altrettanto reale il disagio di chi vive quei momenti con paura. Bambini che piangono, persone fragili che si chiudono in casa, animali che tremano e scappano, quartieri che diventano improvvisamente ostili. Il rumore prende il posto dell’incontro, l’eccesso sostituisce il senso della festa.


Eppure non è sempre stato così. Un tempo il passaggio all’anno nuovo era fatto di gesti poveri ma pieni di significato. Bastavano le fontanelle l’acqua presa allo scoccare della mezzanotte come augurio di purezza e di buon cammino. Bastava un brindisi semplice, una stretta di mano, un buon anno detto guardandosi negli occhi. Le famiglie si ritrovavano, si usciva sulla soglia di casa, si salutavano i vicini. Non servivano esplosioni per sentire che qualcosa stava iniziando.


Quella semplicità non era povertà, ma misura. C’era l’idea che il nuovo anno si accoglie con rispetto, quasi in punta di piedi, come si fa con qualcosa di fragile e prezioso. Oggi invece spesso lo si annuncia con violenza, come se il rumore potesse scacciare le paure o garantire fortuna.


Forse la vera riflessione sta proprio qui abbiamo confuso la festa con l’eccesso, l’allegria con lo stordimento. Recuperare un modo più umano di salutare il tempo che viene non significa rinunciare alla gioia, ma restituirle senso. Significa ricordare che non servono botti per augurare il bene, ma gesti semplici, condivisi, rispettosi degli altri e della vita.


E forse, tornando a quelle vecchie fontanelle reali o simboliche potremmo imparare di nuovo a iniziare l’anno con un desiderio pulito, silenzioso, e davvero augurale.

Nessun commento:

Posta un commento