giovedì 1 gennaio 2026

Lettera al nuovo anno tra speranza e antiche credenze






Ogni nuovo anno che arriva porta con sé il sapore di una soglia: qualcosa si chiude, qualcosa comincia. Dire “Caro anno 2026” è un po’ come rivolgersi a un ospite appena arrivato, con rispetto, timore e desiderio.


 Un tempo questo passaggio non era solo una data sul calendario, ma un momento carico di riti, gesti simbolici e credenze tramandate dai nonni, da quelle persone care che custodivano la tradizione come una forma di saggezza quotidiana. 


Molte di quelle usanze oggi sembrano dimenticate, ma continuano a parlare di un bisogno profondo: dare senso al tempo che passa e affidare il futuro a un augurio condiviso.


Caro anno 2026, ti accogliamo come si faceva una volta con una casa in ordine, non solo fuori ma anche dentro. I nonni dicevano che iniziare l’anno con rabbia o rancore portava giorni pesanti, per questo il primo gesto doveva essere il perdono, o almeno quel silenzio buono che placa i pensieri. Si credeva che ciò che si faceva il primo giorno avrebbe insegnato all’anno come comportarsi lavorare un poco, sorridere, mangiare insieme, evitare litigi.


C’erano anche gesti teneri, dedicati ai bambini. In alcune famiglie, la sera di Capodanno o il giorno di festa, i più piccoli lasciavano sotto il piatto del proprio genitore una letterina con i buoni propositi per l’anno che stava per iniziare.Poche righe ingenue, scritte con calligrafia incerta, dove promettevano di essere più ubbidienti, di aiutare in casa, di studiare con impegno. 


Era un modo semplice ma profondo per insegnare il valore della responsabilità e del rispetto, e per far sentire che ogni nuovo anno iniziava anche da un impegno del cuore.


A tavola nulla era lasciato al caso. Non potevano mancare i dolci preparati con cura dalle mamme nei giorni precedenti, impastati lentamente, spesso la sera, quando il lavoro era finito e la casa si faceva più silenziosa. Poiché i forni domestici erano un privilegio dei più ricchi, le teglie venivano affidate al forno del paese. 


Ogni famiglia vi scriveva sopra il proprio cognome, per non confonderle. Il garzone passava a ritirarle le poggiava con attenzione sul basco che portava sulla testa e, reggendole con entrambe le mani, le trasportava dal padrone del forno, che le infornava una dopo l’altra, poi quando erano pronte, venivano riportate nelle case, ancora tiepide e profumate, come un piccolo dono atteso. 


Quei dolci non erano solo cibo, ma segno di festa, di condivisione e di dignità anche nella semplicità.


C’erano credenze che oggi fanno sorridere, ma che allora avevano un valore profondo. A Capodanno non si buttava nulla, perché buttare via significava scacciare la fortuna. Si teneva una moneta in tasca, anche piccola, affinché il denaro non mancasse durante l’anno.


 Le lenticchie rappresentavano abbondanza e continuità, il pane non doveva mai mancare sulla tavola perché era simbolo di protezione e rispetto. Il vino, versato con misura, ricordava che la gioia va condivisa, non ostentata.


I nonni osservavano anche il cielo. Se il primo giorno dell’anno era limpido, si diceva che sarebbe stato un anno  favorevole. Se pioveva, portava purificazione e buoni raccolti. Il vento, invece, aveva il compito di spazzare via il vecchio e preparare il nuovo. 


Erano letture del mondo nate dal legame con la terra, dall’attesa delle stagioni e da una vita fatta di pazienza.


Grande importanza avevano le parole. Non si facevano auguri frettolosi, ma pensati. Nessuno chiedeva la felicità assoluta, ma equilibrio e pace. La felicità, dicevano, arriva piano e bisogna saperla riconoscere.


Non mancava mai un pensiero per chi non c’era più. Si accendeva una candela, si lasciava idealmente un posto a tavola, perché il nuovo anno iniziasse sotto lo sguardo delle radici. Ricordare non era tristezza, ma protezione chi veniva prima continuava a vegliare su chi restava.


Con il tempo, molte di queste tradizioni si sono affievolite. La fretta ha preso il posto dell’attesa, i messaggi veloci hanno sostituito le parole sussurrate, e tante credenze sono state liquidate come superstizioni. Eppure, dentro di esse viveva un modo gentile di stare al mondo, fatto di attenzione, rispetto e gratitudine.


Caro anno 2026, vorremmo accoglierti così con meno rumore e più intenzione. Con il desiderio di conservare ciò che conta, di lasciare andare ciò che pesa e di ritrovare il valore dei piccoli riti quotidiani, che tu possa portarci giorni semplici ma veri, relazioni sincere, salute sufficiente e la capacità di riconoscere il bene anche quando si presenta in silenzio.


Perché forse le antiche credenze non servivano a prevedere il destino, ma a ricordarci che ogni inizio ha bisogno di cura, memoria e rispetto e che il futuro, per essere accolto, va prima salutato con il cuore.

Nessun commento:

Posta un commento