
Esistono luoghi come il Crans-Montana che, nell’immaginario collettivo, vengono associati alla sicurezza, all’ordine, al benessere. Luoghi dove tutto sembra funzionare, dove il livello di vita appare alto e le difficoltà sembrano attenuate dal comfort e dalla stabilità economica. Eppure, anche lì, la morte resta in agguato. Non perché sia più presente che altrove, ma perché, come ovunque, non conosce confini sociali, né gerarchie di ricchezza.
La morte non chiede conto del ceto, non guarda il saldo di un conto in banca, non distingue tra chi vive nell’agio e chi fatica ogni giorno. Può arrivare nei luoghi più ordinati, nelle case più curate, nelle vite apparentemente protette. Questo ci ricorda una verità spesso rimossa nessuna condizione materiale mette davvero al riparo dalla fragilità dell’esistenza.
Pensiamo spesso che il benessere sia una forma di scudo. Che l’organizzazione, le regole, la stabilità possano tenere lontano il dolore. Ma la vita, anche quando è ben amministrata, resta imprevedibile. L’essere umano può controllare molto, ma non tutto. E proprio questa illusione di controllo, talvolta, rende ancora più difficile accettare ciò che sfugge.
La morte, in questo senso, è un grande livellatore. Riporta tutti alla stessa misura quella della vulnerabilità. Ricorda che dietro i ruoli, i successi e le apparenze ci sono persone, con paure, legami, fragilità invisibili. Nessun sistema sociale, per quanto efficiente, può eliminare il rischio, il dolore o la perdita.
Riflettere su questo non significa cedere al pessimismo, ma recuperare uno sguardo più umano sulla vita. Significa comprendere che il valore dell’esistenza non sta nella posizione che si occupa, ma nella qualità delle relazioni, nel tempo condiviso, nella capacità di riconoscere i limiti comuni.
La consapevolezza della fine, paradossalmente, può insegnare a vivere con maggiore responsabilità e rispetto reciproco.
In fondo, la morte che è sempre in agguato non è una minaccia da temere, ma una presenza silenziosa che ci ricorda quanto siamo uguali, ovunque ci troviamo e qualunque sia la nostra condizione.
Ed è proprio questa uguaglianza estrema che può diventare un invito a guardare gli altri e noi stessi con meno giudizio e più umanità.
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