
Quando si parla di bullismo si pensa quasi sempre ai banchi di scuola, ai ragazzi, ai corridoi rumorosi dell’adolescenza. Eppure il bullismo non finisce con l’età adulta cambia volto, diventa più sottile, più silenzioso, ma non per questo meno distruttivo.
Negli ambienti di lavoro assume forme raffinate, spesso mascherate da dinamiche professionali, e proprio per questo è più difficile da riconoscere e da combattere. A peggiorare la situazione c’è un paradosso evidente corsi, seminari, slogan contro il bullismo abbondano, ma chi lo subisce continua a sentirsi solo.
Il bullismo sul lavoro raramente è fatto di urla o minacce dirette. È più spesso una somma di piccoli atti quotidiani l’esclusione dalle riunioni, le battute sarcastiche davanti ai colleghi, il lavoro svalutato o sistematicamente criticato, il silenzio punitivo.
C’è il capo che umilia per spronare, il collega che delegittima con sorrisi finti, il gruppo che decide chi è dentro e chi è fuori. Tutto avviene sotto la soglia dell’evidenza, quel tanto che basta per poter dire: “Stai esagerando”.
Le conseguenze sono profonde. Chi subisce questo tipo di violenza psicologica inizia a dubitare di sé, perde sicurezza, motivazione, dignità.
Il lavoro, che dovrebbe essere uno spazio di crescita e autonomia, diventa un luogo di ansia costante. Si dorme male, si vive con il nodo allo stomaco, si arriva a somatizzare mal di testa, tachicardia, stanchezza cronica. E spesso, oltre al dolore, arriva anche la vergogna. Perché nel mondo del lavoro mostrarsi vulnerabili viene visto come un rischio.
In questo contesto si moltiplicano i corsi sul benessere, sulla comunicazione, sul lavoro di squadra. Ore di formazione obbligatoria, slide piene di parole come inclusione ascolto, empatia. Ma nella pratica quotidiana tutto resta uguale.
Chi subisce bullismo raramente trova un referente reale, qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare e soprattutto ad agire. Le segnalazioni vengono minimizzate, archiviate, rimandate. Meglio non creare problemi. È un ambiente difficile. Bisogna saper reggere la pressione.
Un esempio comune è quello del collega isolato nessuno lo difende apertamente, non perché non veda l’ingiustizia, ma per paura di diventare il prossimo bersaglio. Si preferisce voltarsi dall’altra parte, fare finta di niente, proteggere la propria posizione.
È un silenzio collettivo che fa più male delle parole del bullo. Così il bullismo si normalizza, diventa parte del clima lavorativo, una regola non scritta che tutti conoscono ma nessuno contesta.
Anche fuori dal lavoro la dinamica non cambia molto. Nei contesti sociali, familiari o di quartiere, chi viene bullizzato viene spesso invitato a resistere, a non farci caso. Come se il problema fosse la sensibilità di chi subisce e non la violenza di chi agisce. Questo atteggiamento sposta la responsabilità, lasciando la vittima ancora più sola.
Il bullismo, soprattutto negli ambienti di lavoro, non si combatte con corsi di facciata o con frasi di circostanza. Si combatte con il coraggio di prendere posizione, con una presenza umana concreta, con strutture che proteggano davvero chi denuncia.
Finché sarà più conveniente evitare che aiutare, il bullismo continuerà a prosperare nel silenzio. Riconoscerlo, nominarlo e non voltarsi dall’altra parte è il primo vero passo per restituire dignità a chi, ogni giorno, viene messo ai margini senza fare rumore.


