sabato 16 novembre 2024

Assenza di certezze








Una volta ho conosciuto un uomo, un uomo brillante. 


Sapeva parlare di qualsiasi cosa: arte, scienza, politica o letteratura. 


Le sue intuizioni erano acute, la sua conoscenza profonda e aveva visto più del mondo di quanto la maggior parte delle persone avrebbe mai potuto fare. 


Per chiunque lo incontrasse, era l'incarnazione di un intellettuale, ma sotto tutto questo, qualcosa non andava, nonostante tutta la sua saggezza sul mondo, era completamente sconcertato da una cosa: se stesso.


Non capiva perché desiderasse le cose che desiderava o perché le sue emozioni lo spingessero in direzioni diverse. 


Le sue azioni spesso lo lasciavano perplesso e non riusciva a capire perché si sentisse come si sentiva. 


Non riusciva a trovare anche risposte semplice: perché sono come sono? 


Supponeva, ingenuamente, che tutti gli altri avessero trovato la loro strada, come se la certezza fosse lo stato naturale dell'essere umano, ma non esprimeva mai la sua confusione, e nemmeno loro lo facevano, lasciandolo isolato nei suoi dubbi.


In verità, non era che tutti gli altri fossero certi della loro vita; era che fingevano. 


Le persone indossano la certezza come un'armatura, nascondendo i loro dubbi e la loro confusione dietro strati di sicurezza, successo e realizzazione. 


E più reprimono la sensazione di essere persi, più questa si insinua sotto la superficie. 


La verità, a quanto pare, è che siamo tutti persi, che vaghiamo per la vita, cercando un significato e una chiarezza. 


Eppure, la società ci ha convinti che ammettere questa confusione sia un segno di debolezza, quindi non lo facciamo, la nascondiamo, persino a noi stessi.


E quest'uomo, il mio amico, non riusciva a capirlo, era diverso in un modo cruciale: non riusciva a fingere.

 

Desiderava ardentemente chiarezza, una sorta di guida che lo conducesse fuori dal suo labirinto mentale. 


Non voleva solo delle risposte, le desiderava ardentemente, risposte sul perché si sentisse in quel modo, sul perché volesse le cose che voleva e su cosa significasse tutto ciò. 


Voleva una mappa stradale per la sua mente, una guida che lo conducesse al suo vero sé, ma più di questo, voleva credere di non essere solo in questa ricerca, che  anche altri stessero vagando nel buio.


Ed è questa la cosa assurda, pensava di essere solo, che tutti gli altri avessero capito, o almeno sapessero come fingere di aver capito, in un mondo che valorizza la certezza, il dubbio diventa un'agonia privata. 


Credeva che gli altri, di fronte alle proprie incertezze, si limitassero a spingere avanti, senza mai ammettere di essere insicuri e poiché lui non ci riusciva, si sentiva distrutto.


Più ci penso, più mi rendo conto di quanto sia comune, i tempi moderni celebrano la conoscenza: sapere cosa vuoi, chi sei, dove stai andando, ma questa costante richiesta di chiarezza genera un tipo di sofferenza silenziosa. 


Più reprimiamo la nostra confusione, più ci normalizziamo fingendo che vada tutto bene, più ci allontaniamo da noi stessi. 


È un terreno fertile per l'ansia, per la depressione, per un opprimente senso di isolamento. 


Ammettere di essere persi significa essere vulnerabili, ma significa anche essere liberi. 


Eppure la maggior parte delle persone non fa mai quel passo, preferiscono aggrapparsi a false certezze piuttosto che affrontare la verità della propria incertezza.


 Quest'uomo una volta mi disse: "È meglio sbagliarsi che non essere sicuri". 


All'epoca mi sembrò strano, ma ora capisco cosa intendeva. 


La società ci insegna che l'incertezza è qualcosa da temere, qualcosa da nascondere. 


Ma cosa succede quando tutti fingiamo? 


Cosa succede quando il dubbio diventa una vergogna privata piuttosto che un'esperienza umana condivisa?


I problemi di salute mentale prosperano in questo tipo di ambiente. 


Quando crediamo che tutti gli altri abbiano tutto sotto controllo e che solo noi siamo persi, iniziamo a interiorizzare che qualcosa non va fondamentalmente in noi. 


Questo confronto silenzioso, in cui misuriamo la nostra confusione interiore con la certezza esterna che gli altri mostrano, è tossico. 


Più nascondiamo i nostri dubbi e le nostre lotte, più la pressione aumenta, soffocando la nostra autenticità. 


La verità è che dobbiamo ammetterlo tutti: siamo persi, non in modo banale, ma nel senso più profondo. 


È un'esperienza condivisa, un promemoria dell'assurdità dell'esistenza che ci lega come esseri umani. 


Riconoscerlo non è solo liberatorio, è necessario. 


Ed è giusto è umano


Infatti, abbracciare questa incertezza è forse il passo più onesto che possiamo fare per comprendere noi stessi e gli altri.


Quest'uomo pensava di aver bisogno di una guida, qualcuno che gli mostrasse la via d'uscita dalla sua confusione, ma forse ciò di cui aveva bisogno era qualcos'altro: l'accettazione che essere persi non è qualcosa da curare, ma qualcosa da abbracciare. 


Forse non siamo destinati ad avere tutte le risposte, forse la nostra lotta per comprendere noi stessi è parte di ciò che ci rende umani. 


Forse, solo forse, è ammettendo di essere persi che possiamo finalmente iniziare a trovare la nostra strada.

venerdì 15 novembre 2024

Uno strano dialogo


 








Non basta osservare le apparenze per emettere subito un giudizio.


Di seguito presento una metafora 


-Cosa sono io?


-chiese il sale allo zucchero visto che nessuno gli aveva mai detto cosa fosse. 


-Sei sale-rispose lo zucchero.

- Come te?

- No, io sono zucchero

- E come fai a dirlo? 

Guarda bene amico, siamo uguali

 -replicò il sale.


Sembriamo identici, ma siamo diversi.


- Non ci credo, sono sicuro di essere zucchero anche io


Poi un giorno qualcuno versò un cucchiaino di sale in una tazzina da caffè.


- Zucchero?

- Sì?

- Devo chiederti scusa, avevi ragione.

- Ti sei reso conto di essere diverso da me?


- Sì, sai, ho visto che se versano un cucchiaino di me nel caffè lo fanno per errore perché è te che vogliono aggiungere nel caffè, non me. 


Io nel caffè non vado bene, mi buttano via.


- Non temere, a volte abbiamo bisogno di un incidente di percorso per comprendere chi siamo davvero e  qual è il nostro giusto posto.


- E pensi che anche io abbia un posto giusto?


- Certo, tutti ne abbiamo uno.

- Ma perché se siamo diversi dentro, se abbiamo un posto diverso dove stare, in apparenza io e te siamo uguali?


- Per ricordare che è facile sembrare altro, confondersi, forviare, che bisogna un po' perdersi prima di riuscire a trovarsi.

giovedì 14 novembre 2024

Gli effetti della rabbia




Come la paura, la rabbia provoca una risposta istintiva allo stress che è fondamentale per la nostra sopravvivenza come specie. 

La rabbia attiva aree primitive del cervello, le ghiandole surrenali del corpo amplificano la produzione di adrenalina  e altri ormoni.

La frequenza cardiaca e respiratoria aumentano, la vista si acuisce, le vie aeree nei polmoni si espandono e il tuo cervello e i tuoi muscoli vengono inondati di carburante extra: ossigeno e glucosio. 

Cercare di reprimere la rabbia può essere malsano.

 Lasciarla uscire può, beh... il risultato dipende da come si dirige l'energia.

La rabbia può portare ad azioni e risultati orribili, ovviamente, le cose che fanno notizia ogni giorno.

Se la rabbia motiva risultati sani o disastrosi dipende almeno in parte dagli obiettivi in mente.

Ad esempio, se stai perseguendo l'obiettivo di avere ragione in una discussione con il tuo coniuge o collega di lavoro, ciò potrebbe portarti a esprimere rabbia nei suoi confronti, o persino aggressività. 

Potresti riuscire a dimostrare di avere ragione, ma sarebbe dannoso per la tua relazione futura, il che avrebbe un impatto negativo sulla tua felicità complessiva.  

Quando sei arrabbiato, il tuo calcolo mentale gonfia l'importanza che dai al tuo benessere e ai tuoi obiettivi a scapito di quelli degli altri.

La rabbia umana, con la minaccia della violenza alle spalle, è una delle ragioni per cui i forti sono sopravvissuti nel corso della nostra storia evolutiva. 

Ancora oggi, le prove suggeriscono che gli uomini più forti si arrabbiano più facilmente degli uomini più deboli. 

Che ciò sia vero o no non è ben stabilito nella letteratura.

Gli uomini tendono a esprimere la loro rabbia in modi apertamente aggressivi più spesso delle donne, ma la ricerca mostra che tutti i sessi provano rabbia a ritmi simili.

Quando ci arrabbiamo davvero, la situazione può rapidamente peggiorare molto. 

Il cervello diventa iperanalitico e perdiamo empatia per le altre persone. 

Cominciamo a disumanizzarle, esattamente il tipo di veleno che vedi in gran parte del discorso politico e sociale di questi tempi.

 In sostanza, senza un po' di gestione della rabbia, non riusciamo a vedere dritto.

In condizioni di rabbia, c'è così tanta minaccia in corso che tutto è ora una minaccia. 

Tutto è visto attraverso la lente della minaccia. 

È molto difficile in quel contesto concentrarsi sul lato migliore del comportamento delle altre persone, che è ciò che ti aiuta a calmare le tue emozioni.

mercoledì 13 novembre 2024

Un medico incompetente e arrogante




Purtroppo, me lo ricordo ancora, un assurdo avvenuto tantissimi anni fa,  anche perché dopo che lo sbaglio fu evidente ( cosa che può succedere) il medico continuo' ad insistere sulla sua posizione e si arrabbio' tantissimo con i miei coinquilini reduci di questo racconto.


Adesso questo medico per fortuna non esercita più, sicuramente sarà in pensione. 


Il mio coinquilino Antonio, si  presentò a casa mia con una gamba malmessa dicendo che gli faceva male e gli bruciava. 


Tempestivamente informammo i figli, che si precipitarono a casa del padre.


Luigi e Andrea chiamarono il medico di famiglia il quale, telefonicamente dalla descrizione ottenuta sul suo paziente disse che si trattava di una semplice  flebite da curare.


Fatto sta che Antonio, non solo non guariva ma cominciò ad avere la febbre alta e la macchia rossa sulla gamba si allargò sempre di più necrotizzando il tessuto.


Di fronte alle sofferenze del padre, i figli decisero di portarlo all'ospedale e grazie ad uno specialista di malattie infettive fu riconosciuto che la flebite,  era solo una conseguenza della malattia che il medico di famiglia non aveva riconosciuto.


 Antonio, in ospedale fu curato e guarì, ma la cosa assurda fu, che quando tornarono dal medico di famiglia, costui, si alterò con i figli e li trattò malissimo solo perché gli fecero presente che l'ospedale gli aveva dato una diagnosi diversa. 


Disse loro che non dovevano permettersi di mettere in dubbio le sue diagnosi e che erano degli ingrati e ignoranti, a quel punto gli suggerì a trovarsi un altro medico cosa che fecero subito


Non fu sporta alcuna denuncia, anche se sarebbe stata una cosa da fare nei confronti di un medico incompetente presuntuoso e arrogante. 


Purtroppo da un lato, ci sono medici che non dimostrano la competenza necessaria o non si pongono nella giusta disposizione d’animo per ascoltare e comprendere le necessità dei pazienti questo può portare a diagnosi errate, trattamenti inadeguati e, in alcuni casi, o un danno fisico o emotivo significativo. 


Dall’altro lato, un atteggiamento arrogante da parte di un medico può minare la relazione di fiducia con il paziente, che è fondamentale per il trattamento efficace. 


La professione medica si fonda su un equilibrio tra competenza tecnica, empatia, e una comunicazione aperta. 


Quando un medico non è in grado di mettersi in discussione o di ascoltare il paziente, rischia di compromettere il rapporto terapeutico e l’efficacia del trattamento stesso. 


In alcuni casi questo atteggiamento, può essere un riflesso di insicurezze personali o di un sistema sanitario che non permette di dedicare il tempo necessario a ciascun paziente. 


In sintesi, la salute è un bene prezioso è il rapporto con i professionisti della salute, dovrebbe basarsi sul rispetto, trasparenza e competenza reciproca l’arroganza e l’incompetenza non dovrebbero  avere posto in un ambiente che si occupa del benessere delle persone.