domenica 11 maggio 2025

Dove inizia il vero amore



Dov’è il vero amore?

Me lo sono chiesta così tante volte che la domanda è diventata un sussurro costante nella mia testa. 


L’ho cercato ovunque, come si cerca qualcosa di indispensabile per respirare.


L’ho inseguito nei sorrisi, nei gesti affettuosi, perfino nelle bugie, perché a volte anche una bugia, se detta con dolcezza, sa dare l’illusione dell’amore.


Credevo che amare significasse attendere, sopportare, perdonare tutto e  che, prima o poi, quella dedizione sarebbe stata ricambiata. Invece no. Ogni volta restavo con meno di quanto avevo dato e dentro di me cresceva un vuoto che non sapevo più riempire.


Non era colpa loro, erano solo specchi  riflettevano ciò che io non sapevo ancora dare a me stessa.

E allora ho smesso di cercare, non per rassegnazione o per stanchezza. Mi ero persa e nel perdermi, ho trovato qualcosa.


Ho trovato me.

Non tutta, non perfetta. Ma vera.


Ho iniziato a parlarmi. 

A perdonarmi.

A prendermi cura di quella parte fragile che avevo sempre ignorato, mentre correvo dietro a chi non vedeva davvero e poco alla volta, come quando si apre una finestra dopo un lungo inverno, ho sentito l’aria cambiare.


Non è stato facile. 

È stato doloroso, scomodo. 

Amarmi ha significato rivedere tutto ciò che avevo creduto sull’amore.

Ha significato rinunciare all’idea che qualcuno, un giorno, sarebbe arrivato a salvarmi.


E invece no, nessuno  salva nessuno, ma possiamo incontrarci, camminare  insieme. Riconoscerci.


Adesso non ho più bisogno di cercare. Se l’amore verrà, lo accoglierò. 

Se resterà, lo onorerò, ma se se ne andrà… io non mi perderò più.

Perché ho capito una cosa,  il vero amore comincia da qui. Da me.

sabato 10 maggio 2025

Nel Riflesso della Verità


La ricerca della verità è una delle esperienze più intime e universali dell’essere umano. 

Chi si è avvicinato alla psicologia con spirito autentico, come me giovane studentessa animata da passione e sete di conoscenza, ha sicuramente vissuto il desiderio di trovare una chiave, una spiegazione definitiva capace di svelare l’enigma della vita interiore.


 Ma cosa accade quando ogni teoria affascina, ogni autore sembra avere ragione, eppure nessuno riesce a dire tutto? 

Questo nasce da quella tensione o bisogno di comprendere, la disillusione delle verità assolute e la maturazione di un pensiero più profondo.


Da ragazza, mi innamorai della psicologia con lo stesso ardore con cui ci si innamora di un ideale. Leggevo avidamente Freud, Jean Piaget e molti altri ancora, nella speranza di trovare quella teoria definitiva che potesse spiegare la complessità dell’animo umano. 


Ogni lettura mi sembrava una rivelazione, una possibile verità, poi puntualmente, alla fine di ciascuna, mi sorprendevo a pensare se era quella se finalmente avevo trovato la chiave.


Poi arrivava il dubbio, se tutti avevano ragione, come poteva esistere una sola verità? 


Forse, semplicemente, non ero ancora pronta, dovevo solo maturare, fare esperienza. Ma gli anni sono passati, e quella “teoria madre”, capace di escludere tutte le altre, non l’ho mai trovata.


Eppure non posso dire di aver fallito, anzi ho compreso che in ogni approccio vi è una scintilla, uno scorcio di verità. Ogni teoria è un tentativo umano nobile, imperfetto di afferrare l’indicibile. 


Ognuna illumina un angolo della psiche, ma lascia in ombra altri, nessuna  è abbastanza vasta da contenere tutto. E così, ho imparato ad apprezzare la bellezza del pensiero senza più cercare un assoluto.


Ho capito che la verità non si lascia possedere, non  è un blocco statico, ma un riflesso cangiante, che muta col tempo, con la coscienza, con il contesto. 


È come un raggio di luce che attraversa un prisma che mostra i suoi colori, ognuno di noi ne coglie una sfumatura diversa, condizionata dalla propria storia, sensibilità, cultura. 


L’esperienza personale agisce come una lente che modula ciò che vediamo, pensiamo e sentiamo. Ed è proprio questo che rende la verità così sfuggente e, al contempo, così affascinante. 


Esistono molte verità, tante quante sono le prospettive e forse, è proprio nella pluralità che si avvicina qualcosa di autentico. 


La rigidità mentale è un pericolo che indebolisce la ricerca. La complessità della vita chiede flessibilità, ascolto, apertura.


C’è una saggezza che nasce dalla consapevolezza dei limiti sapere che la verità definitiva potrebbe non essere afferrabile, ma che il tentativo di cercarla ci migliora, ci espande, ci rende umani. 

Continuare a interrogarsi, lasciarsi toccare dai pensieri altrui, abbracciare la molteplicità senza sentirsi smarriti forse è proprio questo il gesto più vero che possiamo compiere.


La verità, in fondo, esiste, ma non si lascia spiegare, si intuisce, si avvicina, a volte si sfiora nel silenzio di un’intuizione, in uno sguardo condiviso, nella parola giusta al momento giusto. 


È un’eco, un riflesso, una vibrazione. 


Il nostro compito non è afferrarla, ma danzare con lei, lasciandoci guidare da ciò che di volta in volta ci mostra.


Solo così potremo vivere una verità autentica, anche se sempre parziale. Perché forse, alla fine, ciò che conta davvero non è possederla, ma avere il coraggio e la libertà di cercarla.

venerdì 9 maggio 2025

Il Sole Lontano





Ci sono esperienze che non hanno bisogno di clamore per essere grandi. Storie silenziose, che si consumano nei corridoi di un ospedale, nei piccoli gesti quotidiani, nelle battaglie che sembrano invisibili ma che cambiano il mondo di chi le affronta come è stato per Marco, del suo cammino e di un sole che sembrava troppo lontano.


Ogni giorno, all’alba, un corridoio si svegliava con il rumore familiare delle ruote di un carrello, ma  quel giorno fu diverso. 


C’erano passi, piccoli incerti e lui, Marco il bambino di una mia cara amica di appena 8 anni, maglietta arancione, scarpe troppo grandi e una flebo. Aveva un sogno semplice, arrivare alla finestra in fondo al corridoio.


La chiamava “il sole lontano”.

Non voleva vederlo per guarire, ma per ricordarsi com’era la luce quando il mondo era solo gioco e merenda.


Spingeva con forza il suo carrello, quello che la psicologa chiamava “l’albero della vita”. Ogni passo era una sfida. Ogni metro, una conquista.


Arrivò alla finestra, si aggrappò al davanzale e sorrise.

Era il suo modo per dire Io ci sono.


Qualche tempo dopo, una campanella suonò.

Quella campanella, che prima faceva paura, ora era libertà.


“Adesso il mio albero lo pianto in giardino,” disse.


Oggi Marco corre felice,si sbuccia le ginocchia, perde tempo dietro alle nuvole, ma ogni anno, torna lì per i controlli.


Lascia un disegno alla finestra un sole con una frase scritta a matita

“Per chi cammina ancora.”


Questa è quella forza silenziosa che ci abita, anche quando crediamo di non averne più. È il ricordo che, anche nei giorni più duri, esiste sempre una finestra verso la luce e che ognuno di noi, con i propri passi, può piantare un albero e continuare a camminare perché c’è sempre qualcuno che guarda quel sole lontano e sogna ancora.

giovedì 8 maggio 2025

Il passeggino rosa e la libertà


Ci sono momenti, anche nei luoghi più inaspettati, in cui la vita ci ricorda quanto siano importanti le piccole battaglie quotidiane. Spesso queste battaglie si combattono in silenzio, con uno sguardo complice, un sussurro delicato, o semplicemente lasciando spazio ai bambini di essere sé stessi, liberi da etichette. 

È accaduto qualche mese fa in un corridoio d’ospedale, mentre ero con il mio figlio Luca ed è stata una scena che non dimenticherò facilmente.


Luca è in camera con Leonardo e io decido di prendere una boccata d’aria uscendo nel corridoio in attesa che ci chiamino per il solito ricovero di routine.Poco più in là, nella camera difronte un bambino di circa cinque anni, gioca felice con un mini-aspirapolvere.


 A un certo punto arriva una bimba di due anni, che lo reclama con insistenza.


 La mamma del bambino cerca di convincerlo:“Dai, ci stava giocando lei, ridaglielo.”

Ma interviene il papà della bambina, con un commento che mi lascia gelare per un attimo: “Questo è un gioco da femminuccia…”

E come se non bastasse, la mamma del bimbo rincara: “Su torniamo in camera che lì c’è la macchinina.” Il bambino, a quel punto, molla il gioco. 


Io faccio fatica a trattenermi, ma evito di intervenire siamo in ospedale, l’ultima cosa che serve è un confronto. Ma poco dopo, la bambina passa vicino a me, fiera con l’aspirapolvere in mano. Si gira verso il padre con quella serietà disarmante dei bambini e gli dice: “Non è un gioco da femminuccia, papà.” 


A quel punto non resisto, mi accovaccio e le sussurro piano “Hai ragione, tesoro. Non è da femminuccia anche  i maschi passano l’aspirapolvere.”


Il papà della bimba mi guarda e scoppiamo a ridere. Non c’è rabbia tra noi, solo la consapevolezza di un messaggio passato, anche se il bimbo, purtroppo, non lo ha sentito.

Poco dopo torno nel corridoio e rivedo il bambino  con il suo papà e questa volta non ha una macchinina in mano, ma spinge fiero un passeggino rosa, con dentro un bambolotto.


Io ci credo i bambini miglioreranno il mondo ma per farlo, noi adulti dobbiamo smettere di ostacolarli, di mettere etichette anche alle cose più semplici, come un gioco perché se ancora oggi il lavoro di cura è sulle spalle delle donne, se ci riempiamo i social di video stupidi sulle donne incapaci alla guida, tutto questo inizia proprio da qui.


Dai giochi “Questo non è da maschio o questo è da femmina”.

Anche chi, come noi, cerca di stare attento, a volte inciampa nei vecchi schemi ma è un percorso che va fatto.

Per loro e con loro.