lunedì 12 maggio 2025

Gli occhi di Samir l’infanzia rubata dalla guerra




Ogni giorno, a Gaza, bambini come Samir perdono tutto in un istante. La guerra non fa distinzioni, non risparmia innocenti.


Samir aveva solo 12 anni. Una notte come tante, in un luogo dove la paura è ormai una compagna quotidiana, il boato di un’esplosione ha spazzato via la sua casa e la sua famiglia. Genitori, fratelli, forse anche amici che si trovavano lì tutti cancellati in un attimo.


Ora Samir è solo. Forse è ferito, forse ancora sotto shock, forse si chiede perché sia stato risparmiato. Ma una cosa è certa, il mondo gli ha tolto tutto.


E come Samir, ci sono centinaia, migliaia di altri bambini che stanno vivendo lo stesso incubo. Storie che si somigliano, fatte di perdite, di dolore, di vite spezzate troppo presto.


Di fronte a tutto questo, possiamo solo chiederci: fino a quando? 


Quanto ancora dovranno soffrire gli innocenti prima che la guerra ceda il passo alla pace? 


Samir vaga tra le macerie con lo sguardo perso. Il fumo nell’aria irrita gli occhi, ma le lacrime non riescono a scendere. Non c’è più nessuno a consolarlo, nessuno a prendergli la mano e dirgli che andrà tutto bene. Perché non andrà bene. Non può andare bene, non dopo quello che ha visto.


Forse qualcuno lo ha trovato, un vicino, un soccorritore. Qualcuno che lo ha portato via da quel cumulo di rovine che, fino a poche ore prima, era la sua casa.


 Ma dove lo porteranno? 

Chi si prenderà cura di lui? 


In un posto come Gaza, dove la vita è fragile e il domani è un’incognita, anche i più forti faticano a sopravvivere. Figuriamoci un bambino rimasto solo.


Samir non parla. Guarda le mani sporche di polvere e sangue e pensa ai suoi genitori, ai suoi fratelli. Li rivede nella mente, come se fossero ancora lì, come se da un momento all’altro potessero riapparire. Ma non torneranno. E lui lo sa.


Intorno a lui ci sono altri bambini. Alcuni feriti, altri in silenzio, lo stesso sguardo vuoto. A Gaza non ci sono più infanzie. Solo attese di tregue che durano troppo poco, attese di aiuti che non arrivano, attese di un domani che potrebbe non esistere.


E mentre il mondo guarda, mentre i potenti discutono, mentre le notizie si susseguono una dopo l’altra, Samir rimane lì, con un vuoto nel cuore che nessuno potrà mai colmare. Un altro bambino senza futuro, in una terra che di futuro non ne ha più. 


La storia di Samir non è solo la sua storia. È il grido silenzioso di un popolo intrappolato in un conflitto senza fine, il volto innocente di una guerra che non fa distinzioni, che distrugge famiglie, sogni, speranze.


Forse che la sofferenza dei bambini dovrebbe essere il limite invalicabile per ogni guerra, che  nessuna causa, nessuna strategia, nessuna vendetta può giustificare la morte degli innocenti.


Eppure, il mondo continua a guardare, a indignarsi per un attimo, per poi distrarsi con qualcos’altro. Ma Samir resterà lì, tra le macerie della sua infanzia, insieme a migliaia di altri bambini che hanno perso tutto.


Forse la vera domanda è: quanto ancora lasceremo che accada?

domenica 11 maggio 2025

Dove inizia il vero amore



Dov’è il vero amore?

Me lo sono chiesta così tante volte che la domanda è diventata un sussurro costante nella mia testa. 


L’ho cercato ovunque, come si cerca qualcosa di indispensabile per respirare.


L’ho inseguito nei sorrisi, nei gesti affettuosi, perfino nelle bugie, perché a volte anche una bugia, se detta con dolcezza, sa dare l’illusione dell’amore.


Credevo che amare significasse attendere, sopportare, perdonare tutto e  che, prima o poi, quella dedizione sarebbe stata ricambiata. Invece no. Ogni volta restavo con meno di quanto avevo dato e dentro di me cresceva un vuoto che non sapevo più riempire.


Non era colpa loro, erano solo specchi  riflettevano ciò che io non sapevo ancora dare a me stessa.

E allora ho smesso di cercare, non per rassegnazione o per stanchezza. Mi ero persa e nel perdermi, ho trovato qualcosa.


Ho trovato me.

Non tutta, non perfetta. Ma vera.


Ho iniziato a parlarmi. 

A perdonarmi.

A prendermi cura di quella parte fragile che avevo sempre ignorato, mentre correvo dietro a chi non vedeva davvero e poco alla volta, come quando si apre una finestra dopo un lungo inverno, ho sentito l’aria cambiare.


Non è stato facile. 

È stato doloroso, scomodo. 

Amarmi ha significato rivedere tutto ciò che avevo creduto sull’amore.

Ha significato rinunciare all’idea che qualcuno, un giorno, sarebbe arrivato a salvarmi.


E invece no, nessuno  salva nessuno, ma possiamo incontrarci, camminare  insieme. Riconoscerci.


Adesso non ho più bisogno di cercare. Se l’amore verrà, lo accoglierò. 

Se resterà, lo onorerò, ma se se ne andrà… io non mi perderò più.

Perché ho capito una cosa,  il vero amore comincia da qui. Da me.

sabato 10 maggio 2025

Nel Riflesso della Verità


La ricerca della verità è una delle esperienze più intime e universali dell’essere umano. 

Chi si è avvicinato alla psicologia con spirito autentico, come me giovane studentessa animata da passione e sete di conoscenza, ha sicuramente vissuto il desiderio di trovare una chiave, una spiegazione definitiva capace di svelare l’enigma della vita interiore.


 Ma cosa accade quando ogni teoria affascina, ogni autore sembra avere ragione, eppure nessuno riesce a dire tutto? 

Questo nasce da quella tensione o bisogno di comprendere, la disillusione delle verità assolute e la maturazione di un pensiero più profondo.


Da ragazza, mi innamorai della psicologia con lo stesso ardore con cui ci si innamora di un ideale. Leggevo avidamente Freud, Jean Piaget e molti altri ancora, nella speranza di trovare quella teoria definitiva che potesse spiegare la complessità dell’animo umano. 


Ogni lettura mi sembrava una rivelazione, una possibile verità, poi puntualmente, alla fine di ciascuna, mi sorprendevo a pensare se era quella se finalmente avevo trovato la chiave.


Poi arrivava il dubbio, se tutti avevano ragione, come poteva esistere una sola verità? 


Forse, semplicemente, non ero ancora pronta, dovevo solo maturare, fare esperienza. Ma gli anni sono passati, e quella “teoria madre”, capace di escludere tutte le altre, non l’ho mai trovata.


Eppure non posso dire di aver fallito, anzi ho compreso che in ogni approccio vi è una scintilla, uno scorcio di verità. Ogni teoria è un tentativo umano nobile, imperfetto di afferrare l’indicibile. 


Ognuna illumina un angolo della psiche, ma lascia in ombra altri, nessuna  è abbastanza vasta da contenere tutto. E così, ho imparato ad apprezzare la bellezza del pensiero senza più cercare un assoluto.


Ho capito che la verità non si lascia possedere, non  è un blocco statico, ma un riflesso cangiante, che muta col tempo, con la coscienza, con il contesto. 


È come un raggio di luce che attraversa un prisma che mostra i suoi colori, ognuno di noi ne coglie una sfumatura diversa, condizionata dalla propria storia, sensibilità, cultura. 


L’esperienza personale agisce come una lente che modula ciò che vediamo, pensiamo e sentiamo. Ed è proprio questo che rende la verità così sfuggente e, al contempo, così affascinante. 


Esistono molte verità, tante quante sono le prospettive e forse, è proprio nella pluralità che si avvicina qualcosa di autentico. 


La rigidità mentale è un pericolo che indebolisce la ricerca. La complessità della vita chiede flessibilità, ascolto, apertura.


C’è una saggezza che nasce dalla consapevolezza dei limiti sapere che la verità definitiva potrebbe non essere afferrabile, ma che il tentativo di cercarla ci migliora, ci espande, ci rende umani. 

Continuare a interrogarsi, lasciarsi toccare dai pensieri altrui, abbracciare la molteplicità senza sentirsi smarriti forse è proprio questo il gesto più vero che possiamo compiere.


La verità, in fondo, esiste, ma non si lascia spiegare, si intuisce, si avvicina, a volte si sfiora nel silenzio di un’intuizione, in uno sguardo condiviso, nella parola giusta al momento giusto. 


È un’eco, un riflesso, una vibrazione. 


Il nostro compito non è afferrarla, ma danzare con lei, lasciandoci guidare da ciò che di volta in volta ci mostra.


Solo così potremo vivere una verità autentica, anche se sempre parziale. Perché forse, alla fine, ciò che conta davvero non è possederla, ma avere il coraggio e la libertà di cercarla.

venerdì 9 maggio 2025

Il Sole Lontano





Ci sono esperienze che non hanno bisogno di clamore per essere grandi. Storie silenziose, che si consumano nei corridoi di un ospedale, nei piccoli gesti quotidiani, nelle battaglie che sembrano invisibili ma che cambiano il mondo di chi le affronta come è stato per Marco, del suo cammino e di un sole che sembrava troppo lontano.


Ogni giorno, all’alba, un corridoio si svegliava con il rumore familiare delle ruote di un carrello, ma  quel giorno fu diverso. 


C’erano passi, piccoli incerti e lui, Marco il bambino di una mia cara amica di appena 8 anni, maglietta arancione, scarpe troppo grandi e una flebo. Aveva un sogno semplice, arrivare alla finestra in fondo al corridoio.


La chiamava “il sole lontano”.

Non voleva vederlo per guarire, ma per ricordarsi com’era la luce quando il mondo era solo gioco e merenda.


Spingeva con forza il suo carrello, quello che la psicologa chiamava “l’albero della vita”. Ogni passo era una sfida. Ogni metro, una conquista.


Arrivò alla finestra, si aggrappò al davanzale e sorrise.

Era il suo modo per dire Io ci sono.


Qualche tempo dopo, una campanella suonò.

Quella campanella, che prima faceva paura, ora era libertà.


“Adesso il mio albero lo pianto in giardino,” disse.


Oggi Marco corre felice,si sbuccia le ginocchia, perde tempo dietro alle nuvole, ma ogni anno, torna lì per i controlli.


Lascia un disegno alla finestra un sole con una frase scritta a matita

“Per chi cammina ancora.”


Questa è quella forza silenziosa che ci abita, anche quando crediamo di non averne più. È il ricordo che, anche nei giorni più duri, esiste sempre una finestra verso la luce e che ognuno di noi, con i propri passi, può piantare un albero e continuare a camminare perché c’è sempre qualcuno che guarda quel sole lontano e sogna ancora.