lunedì 31 marzo 2025

“Genitorialità Consapevole: Oltre il Desiderio, una Responsabilità”



Il tema della genitorialità responsabile è complesso e spesso sottovalutato nella società contemporanea, dove il desiderio di avere un figlio viene talvolta confuso con il diritto di averne uno, senza una piena consapevolezza delle implicazioni educative, psicologiche ed etiche che questo comporta.

Molti adulti vedono nel figlio una sorta di conferma della propria unione o un mezzo per dare un senso alla propria esistenza. Questo approccio, tuttavia, è pericoloso, perché sposta l’attenzione dal bambino come individuo a sé stante alla funzione che dovrebbe svolgere all’interno della coppia o della vita di un genitore. 

Un figlio non nasce per risolvere i problemi della relazione, né per riempire un vuoto esistenziale. Quando questo accade, il bambino rischia di crescere con aspettative non dette, con il peso di dover “ripagare” in qualche modo l’amore ricevuto.

Desiderare un figlio non basta per essere un buon genitore. Un desiderio è una spinta emotiva, mentre la genitorialità è un impegno a lungo termine che richiede capacità educative, equilibrio emotivo e una solida consapevolezza delle proprie responsabilità. 

Un bambino non è solo un neonato da accudire, ma una futura persona adulta, un cittadino che dovrà gestire rapporti sociali, affrontare difficoltà e, forse, diventare a sua volta genitore. 

Questo implica che il compito di un genitore non è solo quello di amare, ma anche di educare alla responsabilità, alla gestione delle emozioni e all’autonomia.

Ogni bambino crescerà all’interno di una società e avrà un impatto su di essa. Educare non significa solo trasmettere affetto, ma anche insegnare valori, senso civico e rispetto per gli altri. 

Un genitore che non ha sviluppato un senso di responsabilità nelle proprie azioni rischia di trasmettere lo stesso atteggiamento ai figli, perpetuando cicli di immaturità, mancanza di senso critico e difficoltà nella gestione della vita adulta.

La vera domanda che una coppia dovrebbe porsi prima di avere un figlio non è “Lo vogliamo?”, ma “Siamo pronti a crescerlo consapevolmente?”. 

Essere genitori non significa solo occuparsi del benessere fisico di un bambino, ma essere in grado di guidarlo attraverso il proprio esempio. Questo implica che un adulto dovrebbe prima lavorare su sé stesso, sulla propria stabilità emotiva, sulla capacità di gestire i conflitti e sulla propria maturità psicologica.

Mettere al mondo un figlio, non è solo un atto biologico o un desiderio da soddisfare, ma un atto di enorme responsabilità sociale ed etica. 

Solo una genitorialità consapevole può dare vita a individui capaci di affrontare la complessità della vita con autonomia, responsabilità e rispetto per gli altri.

domenica 30 marzo 2025

“La Depressione: Il Vuoto delle Emozioni”




La depressione è spesso vista come un eccesso di emozioni negative tristezza, disperazione, ansia ma si può anche interpretare come una carenza emotiva. In questo senso, non è solo il dolore a dominare, ma anche un’assenza: un vuoto interiore, un’apatia che spegne il piacere, la speranza e perfino il dolore

Chi soffre di depressione può descrivere il proprio stato come una sorta di “anestesia emotiva”, dove le esperienze quotidiane perdono colore e significato. Non si tratta solo di tristezza, ma della difficoltà di provare gioia, sorpresa, interesse, desiderio. La musica non emoziona più, il cibo perde sapore, le relazioni sembrano distanti, il futuro appare piatto e privo di attrattiva. È come se il mondo fosse coperto da una nebbia che attutisce ogni sensazione.


Questa carenza di emozioni è legata anche a meccanismi neurologici e psicologici. Per esempio, la depressione può ridurre l’attività nelle aree del cervello responsabili della ricompensa, come il sistema dopaminergico. Questo spiega perché molte persone depresse parlano di “non sentire niente” e non solo di sentirsi male.


Uno scrittore depresso una volta descrisse la sua condizione come “vivere dietro un vetro spesso”. Poteva vedere il mondo, ma era separato da esso. 


Lui credeva di aver perso le parole non perché non sapesse più scrivere, ma perché dentro di lui sembrava non esserci più nulla da raccontare. Un tempo le emozioni lo travolgevano: la gioia di un tramonto dorato, la malinconia della pioggia che batteva sul vetro, l’euforia di un incontro inatteso. Ora, invece, tutto gli scivolava addosso,  come se le sue stesse emozioni sembravano appartenere a qualcun altro, senza viverle davvero era uno spettacolo silenzioso.


Un giorno, mentre camminava senza meta, si fermò davanti alla vetrina di una libreria. Un vecchio libro impolverato attirò la sua attenzione. Non era un titolo famoso, ma qualcosa lo spinse a entrare. Sfogliò qualche pagina e trovò una frase sottolineata da una mano sconosciuta:


“Anche dietro il vetro più spesso, la luce trova sempre un modo per passare.”


Non sentì un colpo di fulmine, né una rivelazione improvvisa. Ma per la prima volta dopo tanto tempo, qualcosa si mosse dentro di lui. Un pensiero, un’eco lontana di speranza. Forse, da qualche parte, esisteva ancora un modo per rompere quel vetro. Forse, un giorno, avrebbe sentito di nuovo qualcosa.


Chiuse il libro, lo portò alla cassa e uscì. La strada era la stessa, la gente era la stessa. Ma per un attimo, gli sembrò che l’aria fosse un po’ meno pesante.


Ritrovare le emozioni perdute è uno degli aspetti più difficili e importanti della guarigione. A volte basta un piccolo segnale una frase che colpisce, una canzone che per un attimo riaccende qualcosa, un abbraccio sincero. Altre volte è un percorso lungo, fatto di terapia, pazienza e tentativi di riavvicinarsi alla vita, un passo alla volta 

sabato 29 marzo 2025

Le emozioni nei colori












Patrizia e Luisa erano amiche da sempre. 
Due vite diverse, due percorsi opposti: Patrizia, concreta e appassionata, con le mani sporche di colore e la mente in continua ricerca; 

Luisa, raffinata e curiosa, sempre pronta a trovare il senso profondo delle cose. E poi c’era Paolo, amico di entrambi, affascinato dal sapere ma, a volte, scettico sulle sfumature dell’animo umano.

Quel pomeriggio, come spesso accadeva, si ritrovarono al solito bar. Tra il profumo di caffè e il rumore ovattato della città, Paolo lanciò una domanda che sembrava aspettasse da tempo.

“Luisa, hai mai visto quei disegni strani che girano su Instagram?” esordì, appoggiando la tazzina.

“Quali disegni?” chiese lei, incuriosita.

“Immagini caotiche, confuse… sembrano terremoti, alluvioni, scenari di guerra. Sono inquietanti.”

Luisa sollevò lo sguardo, cercando di afferrare il senso delle sue parole.

“E di chi sarebbero?”

“Di una tua amica. Una certa Patrizia.”

A quel punto, Luisa sorrise, intuendo dove volesse arrivare Paolo.

“Ah… ho capito!”

“Cosa c’è da ridere?” fece lui, quasi offeso.

“Scusami, Paolo, ma la tua descrizione è divertente. Però dimmi: quando guardi un’opera d’arte, che cosa cerchi?”

Lui si fermò un attimo.

“Non so… qualcosa che capisco.”

“E se non ci fosse nulla da capire, ma solo da sentire?”

Paolo aggrottò la fronte.

“Spiegati meglio.”

Luisa prese un sorso di caffè e poi rispose con calma.

“L’arte non è un’equazione, non deve per forza avere una risposta unica. Guarda un quadro, una scultura, una fotografia… e lascia che parli a te. Non con la logica, ma con le emozioni. Tu ci vedi terremoti e alluvioni. Un altro potrebbe trovarci il silenzio della solitudine, il peso dell’inquietudine, o la bellezza del caos.”

Paolo rimase in silenzio.

“Quindi ognuno ci vede quello che vuole?”

“No, ognuno ci vede quello che è dentro di sé.”

Lui abbassò lo sguardo sulla tazzina ormai vuota.

“E secondo te, Patrizia cosa voleva dire con quei disegni?”

Luisa sorrise di nuovo.

“Forse, più che dare risposte, voleva farti porre delle domande.”

Paolo annuì piano. Forse era proprio quello il senso dell’arte. Allora, le chiederò l’amicizia a nome tuo!”

 “Sì, però non dirle che vedi terremoti e alluvioni nei suoi quadri

venerdì 28 marzo 2025

“Il giorno in cui sei arrivato tu”












Luca ricorda ancora il primo pensiero che ha fatto quando ha scoperto che sarebbe diventato papà, era visibilmente smarrito, ha pensato a tutti gli impegni di lavoro e a chiedersi se ce l’avrebbe fatta a continuare dopo che suo figlio sarebbe nato. La gioia dell’imminente paternità veniva offuscata dall’ansia di perdere o incrinare una carriera costruita con molti sacrifici e fatica.

Non aveva mai pensato che la vita potesse cambiare all’improvviso. Credeva che la felicità fosse fatta di piccoli momenti, di giorni che scorrevano con la loro routine rassicurante. Non di stravolgimenti. Non di miracoli.

E poi, un giorno, arrivò lui.

Il primo incontro avvenne in una stanza d’ospedale, tra il battito accelerato del cuore e il fiato sospeso. La stanza era avvolta da una luce soffusa, il silenzio era rotto solo da respiri e sussurri emozionati. E poi quel primo pianto, forte e deciso, come se il mondo intero dovesse accorgersi di lui. Luca trattenne il fiato. Si avvicinò lentamente, quasi con timore, mentre il suo cuore martellava nel petto.


Quando lo prese tra le braccia per la prima volta, tutto il resto scomparve. Quelle manine minuscole si mossero leggere nell’aria, il viso delicato si contorse in un’espressione fugace, il respiro caldo si posò sulla sua pelle. Luca sentì una stretta al petto, un nodo che si scioglieva per lasciare spazio a qualcosa di più grande, più potente di qualsiasi cosa avesse mai provato.


Era reale. Era lì. E da quel momento nulla sarebbe mai più stato lo stesso.


Le notti insonni arrivarono presto. I pianti improvvisi, le coperte disfatte, i passi incerti avanti e indietro per la stanza cercando di calmarlo. Luca si scoprì stanco come mai prima, ma dentro di sé sentiva qualcosa di nuovo: una forza che non sapeva di avere, un amore che cresceva ogni volta che quegli occhi si posavano su di lui.


Non era stato lui a insegnare a suo figlio come stare al mondo. Era il contrario.


Fu quel piccolo essere a mostrargli il significato di ogni cosa: la forza della pazienza, la bellezza dell’attesa, l’importanza di esserci sempre. Gli insegnò a trovare gioia nelle cose semplici—nel profumo della pelle dopo il bagnetto, nei primi sorrisi regalati senza motivo, nel modo in cui le sue piccole dita si aggrappavano alle sue come se non volessero lasciarlo mai.


Ogni giorno era una scoperta. Il primo sguardo curioso verso il mondo, le prime risate improvvise, il primo suono simile a una parola. Ogni piccolo traguardo era un’emozione, un battito in più nel cuore, un tassello che andava al suo posto in un puzzle che fino a quel momento era rimasto incompleto.


Una sera, mentre lo teneva tra le braccia, sentì il suo corpicino rilassarsi, abbandonarsi al sonno con fiducia assoluta. La sua testolina si posò sul suo petto, il respiro divenne regolare, caldo. Luca chiuse gli occhi per un istante, lasciando che quel momento lo avvolgesse completamente.


Lo guardò, così piccolo e perfetto, e un sorriso gli sfiorò le labbra