martedì 5 agosto 2025

La consapevolezza uccide i sogni




I sogni sono tutto un mondo sospeso tra ciò che si desidera e ciò che si crede possibile. 


Da bambini, i sogni hanno colori vividi, ali leggere e nessun confine. 


Si sogna di volare, di diventare astronauti, ballerine, medici, poeti, di trovare l’amore perfetto, la felicità piena, la vita giusta. 


Nessuno, in quell’età incantata, ci dice che sognare può anche far male, perché da piccoli non si è consapevoli si è solo vivi.


Si cresce, qualcosa cambia e con la crescita arriva la consapevolezza dei limiti, delle probabilità, della realtà.


È lì che i sogni cominciano a sbiadire non perché siano meno belli, ma perché iniziano a fare i conti con ciò che è possibile e con ciò che non lo è.


Un ballerino che a quindici anni ha scoperto di avere le ginocchia troppo fragili.


Una ragazza che voleva fare la scrittrice e ha finito a lavorare in un ufficio, con le parole sepolte in un cassetto.


Un uomo che sognava di girare il mondo e si ritrova incastrato in un mutuo e due figli da mantenere.


La consapevolezza non è cattiva, ma è esigente, ci chiede di aprire gli occhi, di fare i conti, di scegliere.


E allora cosa succede ai sogni?


Molti si trasformano in rimpianti.

Altri si riciclano in desideri più piccoli, più adulti, più gestibili oppure muoiono.

Alcuni si archiviano.


La consapevolezza è come una lente che mette tutto a fuoco e quando succede, spesso mostrano crepe che prima non si vedevano.


 Il sogno si spezza, si ridimensiona, perde quella leggerezza infantile che lo faceva sembrare eterno e allora sì, in certi casi, la consapevolezza uccide i sogni non per cattiveria, ma per eccesso di lucidità.


 Non  tutta la consapevolezza è una condanna,  perché c’è quella che distrugge i sogni irrealizzabili, ma c’è anche quella che li salva.


Essere consapevoli dei propri limiti può portare ad allenarsi meglio. Nelle  difficoltà può accendere il coraggio. Avere risorse proprie, può spingere a lottare con più forza.


La consapevolezza può uccidere i sogni solo se smettiamo di crederci,  di provarci.

Solo se lasciamo che la realtà schiacci completamente l’immaginazione.


Allora, forse, la vera sfida non è evitare la consapevolezza, ma imparare a sognare nonostante essa.

Sognare con i piedi per terra e il cuore ancora in volo, sapendo che non tutto è facile, ma che qualcosa è ancora possibile,  con maturità, senza perdere quella scintilla che rende viva l’anima.


In fondo, non è vero che la consapevolezza deve uccidere i sogni.

Lo fa solo quando dimentichiamo che anche la realtà può essere un buon posto dove costruirli, con  fatica con il tempo con verità ma sempre con speranza.


E allora sogniamo ancora ma  da svegli.

lunedì 4 agosto 2025

Il tempo del cuore





Non sempre l’amore, l’affetto o il bene che proviamo per qualcuno si riescono a misurare con parole, gesti o regali. 


A volte, la misura più sincera e precisa è invisibile è il tempo. Non il tempo che passiamo insieme a quella persona, ma il tempo che quella persona vive nei nostri pensieri.


È lì, nel silenzio del nostro mondo interiore, che si nasconde la verità più profonda chi occupa i nostri pensieri, ci abita dentro anche senza volerlo o senza un motivo preciso.


Ci sono persone che non vedi ogni giorno, con cui non parli spesso, eppure abitano i tuoi pensieri come se fossero lì accanto a te.

Le incontri tra una pausa e un respiro, nei momenti di silenzio, quando osservi un paesaggio o ascolti una canzone.


Arrivano senza rumore, ma la loro presenza è forte.

Si affacciano nei tuoi pensieri senza bussare, eppure non ti disturba è come se ci fossero sempre stati, come se avessero diritto di stare lì.


Ci sono giorni in cui un volto, un nome o un ricordo riaffiorano tra mille impegni, tra una telefonata e un appuntamento, tra la spesa e il traffico. 


Ti attraversano come un soffio e capisci che non li hai dimenticati, che ci sono legami che non hanno bisogno di essere alimentati ogni giorno con parole, ma che si nutrono da soli della sola memoria emotiva.


Il tempo di un pensiero che dedichiamo a qualcuno è un dono silenzioso, autentico, incontrollabile.

È un riflesso puro dell’importanza che quella persona ha nella nostra vita. 


Non si può fingere, non si può forzare.


I pensieri non obbediscono alla volontà. 


Non si può obbligare a pensare a qualcuno né tantomeno impedirlo se quella persona è entrata dentro di noi.

Se qualcuno occupa spesso i nostri pensieri, è perché ha occupato il nostro cuore.


Ed è lì che resta, anche quando tutto tace, anche quando non se ne parla più, anche se la vita separa.


Ecco perché, quando si vuole davvero sapere quanto bene si prova per qualcuno, non soffermiamoci a guardare i gesti e le parole.

Le parole possono mentire. I gesti possono essere abitudine. Le azioni, a volte, sono dovere ma  i pensieri no perché sono liberi, istintivi, puri.


Chiediamoci piuttosto quanto spesso quella persona ci viene in mente.

Quanto spazio le concediamo, anche nei giorni più pieni.

Quanti dettagli del quotidiano ci fanno ricordare una risata, uno sguardo, un momento condiviso.


Il bene, quello vero, non ha bisogno di dimostrazioni plateali.

Non ha bisogno di gesti eclatanti o parole perfette.

Vive nella testa ma parte sempre dal cuore.

Ed è proprio nel silenzio dei pensieri che si rivelano i sentimenti più veri, quelli che non cercano approvazione, che non pretendono nulla in cambio, che non devono dimostrarsi a nessuno.

Quelli che semplicemente… esistono.

domenica 3 agosto 2025

I Luoghi dove Cresce la Magia




Ci sono spazi nel mondo che non hanno bisogno di parole per raccontarsi. Luoghi silenziosi, ma pieni di vita, non sono sempre segnati sulle mappe, né circondati da mura dorate. 


A volte sono angoli dimenticati di un giardino, un sentiero di campagna, un vecchio orto dietro casa. Eppure, chi li visita con il cuore aperto, li riconosce subito sono luoghi magici e spesso, a custodirne il segreto, ci sono loro le piante.


Le piante sono le vere custodi della memoria della Terra, non parlano, eppure comunicano. Non si muovono, eppure trasformano ogni luogo in cui vivono. Basta osservarle per qualche istante per sentirsi parte di qualcosa di più grande, che si tratti di una quercia secolare, un campo di lavanda, o anche solo un vaso di basilico sul davanzale, ogni pianta ha un potere invisibile quello di riportarci a noi stessi.


Ci sono giardini che sembrano nati per curare, boschi che sanno ascoltare, pergolati che raccontano storie d’amore. Luoghi che, senza pretese, ci offrono pace.


 La loro magia non sta nello straordinario, ma nella semplicità. Una pianta cresce nel silenzio, con pazienza. Non chiede nulla, ma dona ossigeno, ombra, bellezza e in quel dono silenzioso, si cela qualcosa di profondamente sacro.


In un mondo che corre e consuma, un luogo verde ci insegna a rallentare. A osservare. A rispettare i cicli della vita. Per questo i luoghi che ospitano le piante diventano spesso santuari invisibili, dove l’anima può respirare.


Quando entri in uno di questi luoghi, non serve parlare. Basta restare. Sedersi accanto a un albero, toccare una foglia, ascoltare il fruscio di una siepe. E allora capisci la magia esiste. Non è fatta di incantesimi o formule misteriose. È fatta di radici, linfa, luce.

È lì, in ogni foglia che si apre al sole. In ogni fiore che sboccia senza clamore.

E se impariamo a vederla, anche noi torneremo a fiorire.

sabato 2 agosto 2025

Il dolore dei miei zii




Ci sono ferite che non si vedono, ma che restano aperte per tutta la vita. Dolori silenziosi che attraversano gli anni, che si nascondono dietro sguardi spenti e sorrisi forzati. Una storia vera, familiare che parla della perdita, della forza che a volte vacilla, e della vita che, nonostante tutto, trova il coraggio di ricominciare.


Era il marzo del 1944. La guerra faceva da sfondo a ogni gesto quotidiano, eppure c’erano madri che uscivano a passeggiare coi loro bambini, cercando una parvenza di normalità tra le macerie della paura. Mia zia Maria, camminava con il piccolo Guido tra le braccia. Aveva appena cinque mesi, ed era il primo figlio tanto desiderato. Sembrava tutto tranquillo, quel giorno. Un mese dopo, però, Guido non c’era più, un’ influenza fulminante lo portò via in soli tre giorni.


Il dolore fu immenso, ma il tempo storico non lasciava spazio alla disperazione si doveva andare avanti, come tutti, con la morte che entrava nelle case come il freddo d’inverno, senza chiedere permesso. Così fecero anche i miei zii, cercando di stringersi l’uno all’altro, vivendo un giorno alla volta.


Alla fine del 1945 nacque un secondo figlio Giulio. Era un bambino fragile, affetto da una malformazione cardiaca. Sperarono, i miei zii, che la medicina potesse fare il miracolo. Aspettarono il momento giusto per operarlo, e nel 1950 arrivò quel giorno. L’intervento era rischioso, ma la speranza li teneva in piedi. Giulio però non si svegliò più. Morì sotto anestesia.


Due figli persi in meno di sei anni. Non c’erano più lacrime, né parole. Solo il vuoto.


Quella sera, sul balcone della vecchia casa di famiglia, i miei zii si affacciarono senza parlare. Il loro silenzio gridava forte. I miei genitori capirono subito e corsero da loro. Riuscirono appena in tempo a  impedirgli quel gesto estremo che avrebbe spezzato per sempre la nostra storia. Tutti piansero, e anche il pianto sembrava non bastare.


L’altra mia zia, era di nuovo incinta e quasi si vergognava di quella vita che cresceva in lei, mentre altri genitori seppellivano i propri figli. 


Aveva già due bambini in salute, e quel dolore altrui sembrava sporcare la sua gioia ma  la vita non si può fermare, anche quando pare ingiusta.


Passarono cinque anni prima che i miei zii trovassero il coraggio di tentare di nuovo. E nacque Anna una  bambina sana, dolce, che divenne per me quasi una sorella. 


Oggi sò che lei è stata il riscatto di una famiglia colpita duramente, il dono atteso con la paura nel cuore e le mani giunte.


La morte di un figlio è la frattura di un’esistenza, ma  due figli sepolti ancor prima che imparassero a vivere, è un dolore che va oltre ogni immaginazione. Eppure, i miei zii sono riusciti a restare in piedi. Feriti per sempre, ma vivi. Questa è la loro testimonianza, il loro silenzioso grido di amore e resistenza che gli adulti ci raccontavano per tenere vivo il ricordo dei nostri amati cuginetti