domenica 7 settembre 2025

Che cos’è il bullismo








 Il bullismo è una forma di violenza che si manifesta attraverso comportamenti ripetuti di sopraffazione, esclusione o derisione nei confronti di una persona più fragile. Può assumere forme fisiche, verbali, psicologiche o digitali e, se non affrontato, lascia profonde ferite emotive. Non è mai un gioco è un abuso di potere che mina l’autostima e il senso di sicurezza della vittima.

Giulia notò che suo figlio Andrea, un ragazzo solare e curioso, stava cambiando. Non aveva più voglia di andare a scuola, si chiudeva spesso in camera e i suoi occhi erano pieni di un silenzio che faceva rumore. Ogni mattina inventava una scusa per restare a casa, e quando tornava da scuola, le spalle curve e lo sguardo basso parlavano da soli.


Dietro quella tristezza c’era un dolore nascosto Andrea veniva preso di mira dai compagni. Gli nascondevano lo zaino, lo spingevano nei corridoi, ridevano di lui per la sua timidezza. Andrea non trovava la forza di dirlo, perché temeva di sembrare ancora più debole.


Fu una sera, mentre Giulia lo abbracciava, che Andrea cedette e si lasciò andare a un pianto liberatorio. Non servivano molte parole la madre comprese e lo rassicurò con la promessa che insieme avrebbero trovato una via d’uscita. In quell’abbraccio, Andrea sentì per la prima volta che non era più solo.


Il giorno dopo, Giulia si recò a scuola e parlò con gli insegnanti. Raccontò ciò che suo figlio stava vivendo e chiese che la situazione venisse affrontata. La scuola attivò un percorso di sensibilizzazione, coinvolgendo genitori e alunni, affinché il problema non fosse ridotto a semplici “ragazzate”.


Poco alla volta, le prese in giro diminuirono. Alcuni compagni, capendo la sofferenza causata, iniziarono a cambiare atteggiamento. Andrea, sostenuto dalla madre, ritrovò coraggio tornò a studiare con più serenità e imparò che chiedere aiuto non era un segno di debolezza, ma di forza.


La figura materna fu la chiave di quella rinascita con il suo abbraccio e la sua determinazione, trasformò il dolore in una possibilità di riscatto, mostrando a suo figlio che nessun buio è troppo grande se lo si affronta insieme.

sabato 6 settembre 2025

ll pescatore il mare e la lotta dell’anima







Vincenzo era un uomo che portava negli occhi la storia del mare. Ottant’anni di vento, di albe e di silenzi lo avevano temprato, eppure dentro di lui ardeva ancora quella fiammella ostinata che non voleva spegnersi la volontà di non arrendersi. 

Da tempo, ormai, non era più solo in quel cammino. Un ragazzo del villaggio lo seguiva ogni giorno come si segue un maestro, condividendo con lui il poco che la sorte concedeva. Tra i due era nata una complicità rara, fatta di rispetto e silenzi, in cui il giovane trovava una guida e il vecchio un riflesso di vita nuova, come se la giovinezza altrui potesse tenere vivo anche il suo cuore.


Ma il mare, che sa essere madre generosa e matrigna crudele, aveva deciso di voltare loro le spalle. Ottanta giorni passarono senza che le reti restituissero più di qualche inutile scaglia. E con la fame arrivarono le voci cattive del villaggio, quelle che insinuano e mordono il ragazzo avrebbe dovuto abbandonare il vecchio, smettere di sprecare la sua giovinezza accanto a chi non aveva più nulla da dare. Vincenzo comprese il tormento del giovane e, con una dolcezza che solo l’età sa concedere, lo invitò a proseguire da solo. “Io ho già vissuto la mia parte di mare”, pensava. “Tu hai ancora un futuro davanti.”


Il mattino seguente, decise di affrontare la sua battaglia in solitudine. Spinse la piccola barca tra le onde e lasciò che il vento gli graffiasse il volto, come a ricordargli che il mare non concede tregua. In cuore suo, però, fece un giuramento semplice e ostinato tornare a riva con un pesce, o non tornare affatto.


Le ore si consumarono lente, tra remi che pesavano come pietre e un freddo che sembrava voler entrare nelle ossa. Poi, all’improvviso, la rete si tese un pesce enorme, il più grande che avesse mai visto, era caduto nella sua trappola. Iniziò una lotta feroce, un duello antico tra uomo e mare. Le mani si aprirono in ferite sanguinanti, le braccia tremarono sotto il peso della resistenza, ma Vincenzo non mollò. Quella non era solo pesca era la misura stessa della sua vita.


Quando uno squalo, attratto dall’odore del sangue, si lanciò contro la barca, il vecchio trovò in sé una forza che sembrava impossibile. Non fu la paura a guidarlo, ma una determinazione che lo rendeva più grande della sua età. Colpì, resistette, si difese, e alla fine il mare cedette lo squalo sparì tra le onde, e il pesce rimase suo.


Rientrò al villaggio stremato, quasi spezzato dalla fatica, ma con nella barca un trofeo che lasciò tutti muti. I compagni di pesca guardarono quella creatura immensa con un misto di invidia e rispetto. Il ragazzo corse verso di lui, lo sorresse e vide nei suoi occhi qualcosa che andava oltre la vittoria materiale non c’era solo il trionfo di un pescatore, ma la grandezza di un uomo che aveva rifiutato di piegarsi.


In quell’istante, il giovane capì che Vincenzo aveva vinto molto più del mare. Aveva vinto se stesso, aveva trasformato la fragilità dell’età in un atto di fede e coraggio. La sua forza non stava nei muscoli ormai logori, ma nello spirito che aveva scelto di resistere. E in questa resistenza si trovava la sua immortalità.


Perché il mare, come la vita, toglie e restituisce ma solo chi non smette di lottare, anche quando tutto sembra perduto, può dirsi davvero vivo.

venerdì 5 settembre 2025

L’ultima chiamata




Antonio era stanco di quella vita fatta di privazioni. Ogni giorno sembrava uguale al precedente sempre la stessa miseria, sempre lo stesso piatto povero in tavola. Quel giorno, davanti all’ennesimo riso con l’uovo, la rabbia esplose. Con un gesto violento rovesciò il piatto, i chicchi si sparpagliarono sul pavimento e qualcuno si attaccò persino al volto stanco di sua madre. 


Anna non reagì, si chinò a raccogliere il cibo, in silenzio, come se anche quell’ultima manciata fosse troppo preziosa per andare sprecata.


Poco dopo si chiuse nella sua stanza. Non era una donna che piangeva facilmente pregava. Ogni sera, inginocchiata accanto al letto, si affidava a Dio, chiedendo protezione per quel figlio che non sapeva amare la povertà né riconoscere i sacrifici che lei faceva per lui.


Qualche giorno più tardi Antonio decise di partire. La città, con le sue luci e promesse, sembrava l’unica via di fuga. Non si voltò indietro. Sua madre, con un filo di voce, gli chiese soltanto di risponderle ogni tanto al telefono. Gli confessò che si sentiva sempre più debole e che, se un giorno non l’avesse più chiamato, sarebbe stato perché non c’era più.


In città la realtà fu più dura dei sogni. Antonio scoprì cosa significava sgobbare davvero pacchi da consegnare, turni infiniti da guardiano notturno, giornate a spingere carriole nei cantieri. Non c’era niente di glorioso. 


Ogni sera, puntuale, il telefono squillava la voce di sua madre lo raggiungeva sempre uguale, con la stessa domanda semplice come stai? Lui rispondeva distratto, sempre più infastidito da quell’insistenza poi, un giorno, il telefono smise di suonare.


Il silenzio lo fece inquietare, ma non ebbe il coraggio di richiamare. Pensò subito che sua madre fosse morta. Non pianse. Continuò a vivere come se niente fosse, convinto che il tempo avrebbe anestetizzato anche quell’assenza.


Passarono settimane. Nel tentativo di guadagnare in fretta, accettò un lavoro rischioso trasportare un’auto piena di cose illegali. La notte stabilita per la consegna, mentre stava per mettersi al volante, ricevette una telefonata da un numero sconosciuto. Una voce femminile, concitata, gli disse di non farlo, di lasciar perdere, di tornare indietro. Non era sua madre, ma per un attimo il tono gli sembrò incredibilmente simile. La linea cadde quasi subito.


Antonio rimase pietrificato, non salì in macchina. Lasciò perdere l’affare, pur sapendo che gli sarebbe costato caro.


Qualche giorno dopo tornò al paese. Scoprì che sua madre era morta davvero, più o meno nel periodo in cui lui aveva smesso di ricevere le sue chiamate. In casa trovò ancora i segni della sua presenza le sue cose in ordine, il letto rifatto, i libri di preghiera sul comodino. 


In paese, la notizia che correva era chiara l’auto che avrebbe dovuto guidare era stata intercettata, crivellata di colpi, e il conducente era morto sul colpo.


Antonio rimase in silenzio a lungo, incapace di spiegarsi perché quella telefonata lo avesse fermato. Non seppe mai chi fosse stata quella voce, né se fosse un caso o un segnale, ma una cosa la comprese bene sua madre, fino all’ultimo, aveva cercato di salvarlo, prima con le parole, poi con la forza del ricordo che lui non riusciva a scrollarsi di dosso.


Ci sono voci che sembrano fastidiose finché le hai accanto, ma quando smettono di parlarti ti accorgi che erano le uniche a volerti davvero bene.

Rispondere a una chiamata può sembrare un gesto banale, eppure a volte significa custodire un legame che non tornerà più.

giovedì 4 settembre 2025

Il coraggio delle ali





Molti di noi passano la vita a desiderare un cambiamento, a sognare un orizzonte diverso, ma restano immobili. Continuano a dire a sé stessi che non è ancora il momento, che manca qualcosa, che non sono pronti. Intanto i giorni scorrono, e quel sogno rimane lì, sospeso, come un’ala piegata che nessuno osa aprire.


In verità, le ali ci sono sempre state. Ognuno ne ha di proprie talenti, passioni, desideri, possibilità. Ciò che manca, quasi sempre, è il coraggio. Il coraggio di sfidare la paura del fallimento, di affrontare il giudizio altrui, di accettare che sì, si può anche cadere.


Eppure, cadere non è la fine: è parte del volo. Le ferite guariscono, gli errori insegnano, e ogni volta che ci si rialza si diventa più forti. Chi resta a terra, invece, rimane intatto, sì… ma intatto non significa vivo. Significa solo non aver mai provato davvero.


Un giorno, inevitabilmente, ciascuno si troverà a guardarsi indietro. E allora non farà paura ricordare le cadute saranno segni di vita vissuta, tracce di tentativi, di coraggio. Ciò che davvero spaventa è arrivare alla fine e accorgersi di non aver mai aperto le proprie ali, di aver vissuto sempre in attesa, sempre trattenuti, sempre spettatori del cielo.


Carla sognava di scrivere fin da bambina riempiva quaderni di pensieri e storie, custodendo nel cuore il desiderio di condividerle con il mondo. 

Le sue ali erano lì, pronte il talento, la passione, la voce interiore che chiedeva spazio, ma ogni volta che pensava di spiccare il volo, una paura la bloccava: “E se non fossi all’altezza?

 E se mi ridessero dietro?”. Così rimandava, piegando quelle ali dentro di sé.


Un giorno, osservando gli altri volare, provò una fitta profonda. Non erano più bravi, non erano più forti semplicemente avevano trovato il coraggio che a lei mancava. In quell’istante capì che il suo vero ostacolo non era il talento, ma la paura di usarlo.


Fu allora che decise di rischiare. Inviò il suo primo manoscritto con le mani che tremavano, come chi compie un salto nel vuoto. Forse avrebbe potuto cadere, ma almeno aveva scelto di volare.


E scoprì qualcosa che non immaginava le cadute non fanno così male come sembrano viste da terra, e il cielo non è riservato agli altri. Era sempre stato lì, in attesa che lei trovasse il coraggio di aprire le proprie ali.


Il vero fallimento non è cadere dopo un volo incerto. Il vero fallimento è non provare mai a volare.