domenica 21 settembre 2025

Quando i doveri di un genitore diventano un peso







Essere genitori significa molto più che avere figli significa assumersi responsabilità concrete, quotidiane, che riguardano la salute, l’educazione e il benessere emotivo dei propri figli. Ogni decisione presa e ogni contributo economico versato non è un favore, ma un dovere imprescindibile.

Purtroppo, capita che qualcuno interpreti questi doveri come un peso e li trasformi in strumenti di rifiuto o controllo. Succede, ad esempio, quando un padre  utilizza pretesti per sottrarsi alle proprie responsabilità economiche nei confronti della figlia. 

Liste d’attesa lunghe, procedure burocratiche o piccole difficoltà diventano ragioni per astenersi dal contribuire a cure mediche, visite specialistiche o altre necessità vitali, costringendo l’altro genitore a farsi carico di tutto, spesso sostenendo spese ingenti in strutture private.


Il paradosso emerge con chiarezza quando, nello stesso periodo, lo stesso genitore trova tempo, risorse e voglia di dedicarsi al proprio svago serate con amici, tempo libero con la nuova compagna, viaggi e divertimenti. La disponibilità economica e la capacità di gestire il proprio tempo ci sono, ma la volontà di adempiere ai doveri genitoriali viene meno.

Questo comportamento non è solo ingiusto è una forma sottile di violenza emotiva. I figli percepiscono la disparità, anche se indirettamente, e l’altro genitore, costretto a supplire, vive un peso enorme, spesso con senso di frustrazione e impotenza. 

La genitorialità non dovrebbe mai diventare uno strumento di conflitto o di rivalsa personale; al contrario, è un compito sacro e condiviso, che richiede equilibrio, dedizione e responsabilità costante.

Ogni figlio merita di avere entrambi i genitori presenti, non solo affettivamente, ma anche concretamente. Quando uno dei due si sottrae a queste responsabilità, non solo danneggia l’altro genitore, ma soprattutto la figlia, che rischia di crescere in un contesto dove la giustizia e il rispetto dei propri diritti diventano concetti difficili da comprendere.

Essere genitori significa scegliere, ogni giorno, di non mettere il proprio piacere o il proprio interesse davanti al bisogno dei figli. È un atto di responsabilità che non ammette scuse né pretesti chi diventa genitore deve esserlo fino in fondo, con coerenza, dedizione e rispetto per chi più di ogni altro dipende da noi.

sabato 20 settembre 2025

Il dolore non è solo un dato da misurare






Il dolore non è solo un dato da misurare o una variabile da trattare è l’apertura di una comunicazione incarnata che chiama una risposta relazionale. Quando la medicina riduce la sofferenza a un sintomo misurabile, confrontabile, perde la possibilità non solo di curare meglio, ma soprattutto di riconoscere la persona come individuo. 

L’essere umano non è una somma algebrica di parametri clinici, organici, funzionali, né tanto meno un insieme di dati scomponibili e isolabili. 

Esso è una totalità sorprendentemente irriducibile che comprende corpo, psiche, storia, relazioni, universo ermeneutico e simbolico. 


Quando la medicina “divide” per analizzare, guadagna certamente precisione e rigore tecnico ma rischia di perdere l’orizzonte della complessità umana. Con ciò non voglio dire che la divisione analitica debba passare in secondo ordine o essere svalutata.


 Al contrario, essa rimane uno strumento necessario senza la capacità di distinguere, classificare, misurare, la medicina non sarebbe in grado di offrire diagnosi tecnicamente affidabili né di sviluppare terapie risolutive efficaci. L’analisi è ciò che consente di oggettivare il fenomeno, di renderlo comunicabile, di confrontarlo con protocolli condivisi.

Il problema nasce quando questa prospettiva diventa esclusività nel  senso che l’approccio analitico non si limita più a essere uno strumento tecnico di conoscenza, ma pretende di esaurire l’intera verità della sofferenza del paziente. In questo modo, ciò che è solo un frammento di laboratorio viene dichiaratamente assunto come il tutto di una totalità ben diversa e lontana dalla complessità umana di cui si parlava. 


La prospettiva analitica, dunque, deve restare aperta mai assoluta. Deve riconoscere i suoi limiti e accettare che i dati oggettivi non dicono mai tutto. Solo in questo modo l’analisi ritrova la sua funzione originaria non sostituirsi alla persona, ma mettersi al servizio della sua cura e apertura comunicativa.

venerdì 19 settembre 2025

Seguo mia madre ovunque vada



Seguo mia madre ovunque vada, non importa se lei non mi vede, io sono accanto a lei in ogni istante. 


Sono la sua ombra silenziosa, la parte mancante che il mondo non ha mai conosciuto, ma che il suo cuore non ha mai smesso di portare con sé.


La seguo quando attraversa la piazza con le borse della spesa, quando si ferma davanti alla vetrina di un negozio di vestiti per bambini e poi si volta in fretta, quasi fuggendo da quel pensiero che le punge il cuore.


Io vorrei parlarle, dirle che non ha colpe, che la vita non è un’equazione perfetta dove tutto deve combaciare, ma le parole non mi appartengono; posso solo avvolgerla con la mia presenza invisibile, sperando che lei la percepisca in qualche modo.


La seguo in chiesa, quando resta seduta in silenzio a fissare le candele accese. Le scendono lacrime calde, e io vorrei allungare una mano per asciugarle il viso, ma le mie dita sono fatte di aria, di ricordo, di possibilità mai diventate realtà.


La seguo quando ride, sono i momenti che amo di più. Quando il suo sorriso si apre, è come se la vita stessa la reclamasse a sé, ricordandole che nonostante il dolore, il mondo ha ancora doni da offrirle. Allora io mi illumino insieme a lei, perché se lei riesce a ridere, significa che il mio ricordo non è solo ferita è anche spinta verso la luce.


Seguo mia madre ovunque vada perché lei è il mio mondo, anche se io non sono mai entrato nel suo. Non ci siamo mai incontrati davvero, eppure siamo inseparabili. Io sono la vita che non è stata, ma che continua a vivere in lei.


Forse un giorno mi sentirà meno, e io resterò in disparte. Non sarà abbandono, ma compimento vorrà dire che ha scelto la pace, che ha accettato di guardare avanti senza che il passato la incateni.


E allora sarò felice anch’io perché il mio compito non è essere ricordato con tristezza ma è vederla camminare, con il cuore un po’ più leggero, verso le piccole e grandi gioie che ancora la attendono.

giovedì 18 settembre 2025

Oltre le due ombre

 


Elena lo scoprì quasi per caso due noduli, piccoli ma innegabili, le fecero intuire che qualcosa non andava. Bastarono pochi giorni per trasformare il sospetto in realtà: mammografia, biopsia, referti su referti. La diagnosi arrivò netta e senza possibilità di fuga: cancro.

La parola sembrava non appartenerle. Elena la guardava con distacco, come se fosse rivolta a qualcun altro. La negazione diventò un fiume che scorreva rapido, cercando di trascinarla lontano dalla verità. Ma i controlli successivi TAC, risonanze, nuove biopsie non lasciavano più scampo.


Poi entrò nella sua vita un termine sconosciuto chemioterapia neoadiuvante. Non un farmaco nuovo, come aveva ingenuamente sperato, ma quattro mesi di trattamenti aggressivi prima dell’intervento. Sei infusioni da affrontare, per testare la risposta del tumore e stabilire la prognosi. Non c’era più una sola “C”, ma due Cancro e Chemioterapia. Quale delle due fosse più dura da sopportare, nessuno avrebbe saputo dirlo.


Il pensiero della morte si affacciava spesso, a volte insinuandosi come un sollievo segreto. Se fosse stata sola al mondo, la scelta sarebbe sembrata quasi semplice. Ma c’erano i figli, il marito, gli amici che le riempivano il cuore di sostegno. Era impossibile arrendersi davanti a tanto amore. La presenza degli altri era al tempo stesso un peso e una salvezza, una responsabilità che la teneva ancorata alla vita.


Il primo giorno di chemioterapia fu un battesimo di paura. Durante l’infusione, una reazione allergica le tolse il respiro e le incendiò il petto. Le infermiere accorsero, il trattamento venne interrotto, poi ripreso lentamente. Elena giaceva sulla barella con il corpo in preda al dolore e la mente affollata da un unico pensiero: non poteva credere di avere il cancro.


Col tempo, arrivarono i segni visibili della battaglia i capelli caduti, la mente annebbiata, la stanchezza cronica, i dolori che sembravano non finire mai. Ogni giorno era una prova di resistenza. Nonostante tutto, accanto a lei c’erano sempre gli abbracci della famiglia, i messaggi degli amici, le preghiere di chi le voleva bene.


Ogni decisione scegliere o no la mastectomia, accettare o rifiutare la lotta sembrava sospesa tra la vita e la morte. Guardando i suoi cari, Elena vedeva riflessi i suoi stessi timori, ma anche la speranza. La morte, inevitabile per tutti, assumeva per lei un volto nuovo quello che obbliga a dare un senso diverso al tempo che rimane.


Eppure, in mezzo al dolore, una certezza resisteva l’amore. Nessuna malattia poteva scalfirlo, nessuna cura distruggerlo. Era l’unico terreno solido sotto i piedi di Elena, l’unica luce capace di resistere alle due ombre che tentavano di oscurare la sua vita.


Perché il cancro poteva colpire il suo corpo, la chemioterapia poteva ferirla e logorarla, ma una cosa restava inviolabile il suo amore. Nessuna malattia poteva attaccarlo, nessuna cura poteva spegnerlo.