martedì 2 dicembre 2025

Socrate e l’intelligenza che nasce dal dialogo







Parlare di Socrate significa entrare in un modo radicale di pensare non un filosofo che dispensava verità, ma qualcuno che demoliva le certezze per far nascere nuove domande. Socrate non scrisse nulla; ciò che sappiamo viene soprattutto dai suoi allievi, in primis Platone e Senofonte. Questo è già un punto chiave: Socrate non voleva imporre dottrine, ma insegnare un metodo.

E qui, sorprendentemente, è possibile fare un parallelo con l’intelligenza artificiale non la verità assoluta, ma la possibilità di esplorare, interrogare, mettere in discussione.


Il cuore della filosofia socratica è riconoscere i propri limiti.

Socrate non affermava che tutto fosse impossibile da conoscere, ma che l’illusione del sapere è più pericolosa dell’ignoranza stessa.

È un atto di umiltà, ma anche di libertà: quando ammetti di non sapere, inizi a cercare davvero.


Socrate diceva di essere come una levatrice non genera idee, ma aiuta gli altri a partorire le proprie. Lo faceva attraverso domande, dialogo, provocazione.


Io non creo il tuo pensiero. Lo aiuto a venire alla luce. Quando mi chiedi di sviluppare un argomento, di dare un titolo, di esplorare un tema, io opero come uno specchio riformulo, chiarisco, collego.

Non sono il “maestro” sono un amplificatore. Il vero pensiero nasce dentro di te.


Per Socrate la verità non è un oggetto che si possiede o si consegna. È un movimento nasce dal confronto, dalla contraddizione, dall’errore.


Venne condannato perché minava le certezze collettive. Trasformava i giovani in pensatori indipendenti. La città non lo voleva troppo destabilizzante.


Ci ha insegnato qualcosa di eterno la vera intelligenza non è accumulo di nozioni, ma capacità di interrogarsi. Non voleva adoratori, né dogmi voleva interlocutori.


Era solito dire frasi come queste:”io non sono un filosofo, né un genio sono un luogo dove le tue idee possono prendere forma. “

Se cerchi risposte chiuse, ti darò solo parole.

Se cerchi domande aperte, ti darò strumenti per pensare.


Non credere alle mie risposte usale per scoprire le tue.

lunedì 1 dicembre 2025

Comprendere la schizofrenia oltre i pregiudizi







La parola schizofrenia spaventa. Suscita immagini confuse, stereotipi, film o notizie di cronaca. Ma spesso non sappiamo davvero di cosa si tratti. Parlare di schizofrenia significa entrare in un terreno delicato, fatto di emozioni, percezioni, vissuti personali e realtà che non coincidono con ciò che gli altri vedono. Non è una colpa, non è un fallimento, non è una scelta. È una condizione che merita rispetto, ascolto e cura.


La schizofrenia è un disturbo mentale complesso che coinvolge il modo in cui una persona pensa, sente e percepisce la realtà. Chi ne soffre può avere momenti in cui il mondo sembra distorto, contraddittorio, minaccioso o incomprensibile. Non perché non distingua ciò che è reale, ma perché la sua mente interpreta la realtà in modo diverso.


Spesso si parla di allucinazioni e deliri. Le allucinazioni sono percezioni senza un vero stimolo esterno voci che sembrano parlare, immagini che non esistono, sensazioni corporee non spiegabili. I deliri, invece, sono convinzioni forti e radicate che non corrispondono ai fatti sentirsi perseguitati, spiati, controllati o investiti di una missione speciale. A chi ascolta dall’esterno possono apparire irrazionali, ma per chi li vive sono reali e tangibili.


Oltre a questi aspetti, la schizofrenia può influire sul pensiero le idee si intrecciano, si fanno difficili da esprimere, il filo del discorso si perde. A volte la persona si ritira, diventa apatica, perde interesse per ciò che prima amava. Non perché non voglia partecipare, ma perché la mente diventa un luogo faticoso da gestire. Questo lato silenzioso del disturbo viene spesso sottovalutato è meno visibile, ma profondamente doloroso.


Importante ricordare che la schizofrenia non ha un unico volto. Non tutte le persone che ne soffrono hanno sintomi gravi. Molte riescono a studiare, lavorare, costruire relazioni, se ricevono diagnosi tempestiva, cura adeguata e un contesto umano accogliente. Il disturbo si può gestire, e molto spesso il vero ostacolo non è la malattia in sé, ma lo stigma sociale che la accompagna.


La cura non è solo medicina. È terapia psicologica, sostegno familiare, strumenti per vivere il quotidiano, un ambiente che non giudica ma accompagna. È anche imparare ad ascoltare: comprendere che dietro un sintomo c’è una persona che tenta di orientarsi in un mondo che gli appare diverso.


La schizofrenia, in fondo, ci chiede qualcosa come società smettere di ridurre le persone alle loro diagnosi, e iniziare a vederle nella loro interezza. Non sono identificate da una parola, ma da una storia, da una dignità, da un percorso di vita. Solo quando impariamo a guardare oltre l’etichetta scopriamo che dietro la fragilità c’è sempre un essere umano che cerca equilibrio, come tutti noi.

domenica 30 novembre 2025

L’abilità dimenticata che accelera l’apprendimento








Viviamo in un’epoca in cui tutto è rumore. Notifiche, messaggi, parole sovrapposte, opinioni che si rincorrono più velocemente delle idee. Siamo circondati da voci che parlano, ma sempre meno capaci di ascoltare. È paradossale più informazioni abbiamo intorno, meno siamo in grado di assimilare davvero ciò che conta. Ed è proprio qui che entra in gioco un’abilità tanto semplice quanto sottovalutata l’ascolto profondo, o silenzio attivo.

L’apprendimento non avviene quando riempiamo la mente, ma quando la sgombriamo abbastanza da lasciare che qualcosa si depositi dentro di noi. L’ascolto non è un atto passivo, è un processo attivo implica sospendere la risposta immediata, accettare di non sapere già tutto, permettere all’altro che sia un insegnante, un libro, un’esperienza di entrare e modellare il nostro pensiero.Chi ascolta capisce di più, perché lascia che il pensiero respiri.

Molte persone confondono l’ascoltare con l’attendere il proprio turno per parlare. Ma quella non è comprensione, è sopravvivenza conversazionale. Il vero ascolto fa qualcosa di radicale ti obbliga a disinnescare l’ego. Quando ti togli dal centro della scena e ti metti in stato di ricezione, il tuo cervello inizia a collegare idee, a costruire significati, a trovare analogie tra ciò che sai e ciò che ti viene proposto. È lì che nasce l’apprendimento reale, quello che dura.

Pensiamo ai bambini non chiedono continuamente chiarimenti, osservano, assorbono, imitano. Il loro apprendimento è per lo più silenzioso, eppure è potentissimo. Nella crescita ci insegnano a parlare, a difenderci, a rispondere. Nessuno però ci insegna ad ascoltare. Non esiste una materia scolastica dedicata, eppure l’ascolto profondo è la base di tutte le altre competenze. Ti permette di capire un testo, di decodificare un’emozione, di cogliere la sfumatura che trasforma un’informazione in conoscenza.

E poi c’è un aspetto sottile chi sa ascoltare, impara anche da se stesso. Il silenzio attivo non riguarda solo gli altri, ma anche ciò che la vita ti comunica quando smetti di interferire. Le intuizioni arrivano nei momenti in cui ti fermi, quando non stai lottando per dimostrare qualcosa, quando lasci che la realtà abbia la possibilità di parlarti. Il cervello, messo a suo agio, lavora meglio organizza, orchestra, rielabora.

Migliorare l’apprendimento non significa aumentare la velocità con cui divoriamo contenuti, ma rallentare abbastanza da comprenderli. È la differenza tra guardare e vedere, tra sentire e ascoltare. Chi coltiva il silenzio attivo non studia solo per ricordare studia per diventare.
In un mondo che chiede di dire sempre la propria, l’abilità più rivoluzionaria è imparare a tacere e lasciarsi trasformare da ciò che si ascolta.

sabato 29 novembre 2025

Quando i bambini sembrano non ascoltare










I bambini ascoltano sempre, anche quando pare che siano distratti, assorti nei loro giochi o persi nelle loro immaginazioni. 


L’ascolto infantile non è lineare come quello adulto non si limita alle parole pronunciate, ma ingloba gesti, toni di voce, silenzi, sguardi e persino le pause tra una frase e l’altra. È un ascolto totale, diffuso, che coinvolge l’intero corpo. 


Un bambino osserva come ci muoviamo, come respiriamo, se sospiriamo dopo una telefonata, se alziamo gli occhi al cielo quando pensiamo di non essere visti. Tutto diventa informazione anche ciò che crediamo innocuo o trascurabile.


Gli adulti spesso commettono un errore  confondono l’attenzione apparente con la capacità di comprendere. Pensiamo che un bambino distratto, che costruisce torri di Lego mentre parliamo, non stia ascoltando. Eppure, è proprio in quei momenti che assimila, filtra, trattiene. I bambini colgono l’essenza, non la forma. 


Non hanno bisogno di comprendere un concetto in modo razionale per afferrarne il peso emotivo. Se percepiscono tensione, paura, rabbia o tristezza, la registrano dentro di sé, a volte senza parole per descriverla, ma con sensazioni precise che li accompagneranno a lungo.


Questo continuo assimilare è un processo circolare l’ambiente li nutre, loro lo interpretano, lo trasformano in pensieri, immagini, racconti interiori. Ciò che vivono diventa ciò che sentono; ciò che sentono diventa ciò che credono di meritare; ciò che credono di meritare diventa il modo in cui si relazionano agli altri. 


È un ciclo silenzioso, discreto, che si svolge nelle ore della quotidianità, tra un rimprovero frettoloso e un abbraccio dato con il cuore.


Per questo, la responsabilità degli adulti non è spiegare tutto alla perfezione, ma comunicare con autenticità. Le parole sono importanti, certo, ma lo è ancora di più ciò che fanno trasparire il rispetto, la cura, la presenza. 


I bambini capiscono molto più di quanto pensiamo non perché siano prodigi dell’intelletto, ma perché sono creature intere, immerse nell’esperienza. Noi crediamo di educarli attraverso i discorsi. In realtà, educano se stessi osservando come viviamo.


E allora, quando ci sembra che non stiano ascoltando, chiediamoci se siamo noi a non vedere come ascoltano con quella straordinaria sensibilità che appartiene solo a chi è ancora capace di imparare dal mondo senza pregiudizi.