sabato 17 maggio 2025

L’arte di amare il proprio destino



Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra crollare le certezze svaniscono, le relazioni si spezzano, i progetti falliscono. 

In questi istanti, la tentazione di arrendersi o ribellarsi al proprio destino può essere fortissima, ma esiste un’altra via, più sottile e potente, che trasforma il dolore in crescita e il caos in consapevolezza.


Margherita mi ha insegnato una lezione fondamentale che continua a risuonare dentro di me, l’amore per il proprio destino.

Non si tratta solo di sopportare gli eventi della vita, ma di accoglierli con il cuore aperto, anche quando fanno male, anche quando sembrano distruggere ogni speranza.


A un certo punto del suo percorso, lei ha espresso un pensiero radicale qualunque cosa accada, anche se sembra ingiusto o insopportabile, è ciò di cui ho bisogno in questo momento


Non è rassegnazione, ma un atto di fiducia profonda nell’intelligenza misteriosa della vita è scegliere, attimo dopo attimo, di vivere ogni esperienza anche la più difficile come un’opportunità, una sfida che porta con sé un dono nascosto.


Margherita diceva che l’amore è la chiave, anche nei momenti bui. Se riesci a portare amore là dove ci sarebbe solo rabbia o dolore, qualcosa dentro di te si trasforma. Inizi a scoprire una forza che non sapevi di avere la capacità di restare in piedi, di andare avanti, di evolvere.


Ogni crisi attraversata, ogni fallimento superato, non è solo un ostacolo lasciato alle spalle è un mattone che costruisce il tuo carattere.


 È un’esperienza che ti rende più grande, più lucido, più umano, guardando indietro, realizzi che proprio quei momenti che sembravano la fine erano, in realtà, l’inizio di una nuova consapevolezza.


Sì, è un privilegio incredibile quello di potersi guardare alle spalle e dire tutto quello che è accaduto mi ha formato, mi ha svegliato, mi ha reso ciò che sono oggi. E quando impari ad accogliere anche il dolore come parte necessaria del tuo cammino, smetti di lottare contro la vita. Ti allinei con essa.


Nulla accade invano, anche  ciò che chiamiamo “crisi” non è altro che una chiamata una spinta verso l’evoluzione.


 La vita ci mette davanti al limite per costringerci a superarlo. In quei momenti di rottura, emerge la nostra vera forza, ed è lì che inizia davvero la trasformazione.

venerdì 16 maggio 2025

L’incontro alla fermata


Ci sono momenti nella vita in cui ciò che accade sembra scritto da una mano invisibile, come se un filo sottile unisse destini lontani in un preciso istante. È quando il quotidiano si tinge d’imprevisto, e la routine si interrompe per accogliere qualcosa o qualcuno che chiede solo di essere visto, riconosciuto, accolto.  


Ricordo di quell’incontro inatteso, nato all’alba di un giorno qualunque, davanti a una fermata dell’autobus.


Ero a casa di una mia amica. Lei era con suo figlio, godevamo quella quiete mattutina che precede il brusio della giornata. 


Mentre guardavo dalla finestra, vidi Mirko di cinque anni, piccolo e attento, in attesa del suo autobus scolastico. Amo osservare e in quel momento mi emozionò, lui con lo zainetto troppo grande, il cielo ancora impastato d’alba, il silenzio rotto solo dai suoi passetti impazienti.


Poi, dal nulla, qualcosa cambiò. Un’ombra nera si mosse accanto alla fermata. Un cane nero apparve come una figura scolpita nel vento magro, spettinato, un po’ selvaggio. Il cuore mi balzò in gola. Senza riflettere, corsi fuori.


Lo chiamai a voce bassa, con un misto di apprensione. Il cane si voltò, i suoi occhi cercarono i miei. Non corse, non ringhiò. Scodinzolò. E in quel gesto, c’era tutta la sua storia fame, sete, solitudine… ma soprattutto, fiducia.


Non aveva collare, né medaglietta. Solo il corpo segnato da giorni di vagabondaggio e un’anima che, nonostante tutto, non aveva smesso di sperare.


Chiamai il canile, raccontai cosa era successo, mi chiesero se potevo tenerla per un po’, fino a che qualcuno non si fosse fatto avanti. E io dissi sì. 


Come si poteva dire di no a quello sguardo che chiedeva solo un posto dove sentirsi al sicuro?


Non so se qualcuno la reclamerà mai. Forse sì, forse no. 


 Da quel giorno, davanti a quella fermata dell’autobus, Laura mi disse che non c’è più solo Mirko che aspetta il pullman, c’è anche lei, sdraiata vicino a lui, con lo sguardo attento e la coda che batte piano sul marciapiede.


Due cuori piccoli, ma già capaci di riconoscersi e forse, in fondo, è proprio così che nascono le famiglie.

giovedì 15 maggio 2025

Il linguaggio silenzioso delle madri



Ci sono cose che non si insegnano. Sentimenti che non si studiano. Gesti che non fanno rumore ma che scuotono l’anima più di mille parole. C’è una grammatica segreta fatta di attenzioni, premure, stranezze e ripetizioni che solo una figura può incarnare con assoluta naturalezza, la mamma.


Quello che voglio menzionare non è una poesia né tantomeno un elenco convenzionale, ma qualcosa di più profondo. É un piccolo viaggio nei dettagli, negli sguardi, nelle frasi ricorrenti e nei gesti impercettibili con cui una madre dice ogni giorno: “Ti voglio bene”, anche quando non lo dice mai esplicitamente, perché la  mamma non ha bisogno di grandi dichiarazioni. La mamma, semplicemente… è.


La mamma è quella che ti invita a pranzo e ti dice:”vieni che ti ho preparato il tuo piatto preferito ”,  lei sa cosa ti piace, quello che ti ricorda infanzia.


La mamma è quella che ti restituisce i soldi che le hai prestato, ma te ne dà il doppio e  te li spinge nella tasca, con la stessa fermezza con cui una volta ti sistemava il grembiule prima di andare a scuola.


La mamma è quella che vuole sapere tutto, non per curiosità, il suo è desiderio di sentirti e, mentre le si parla, lei non sente solo le parole ti guarda negli occhi come se da lì potesse leggerti il cuore. 


La  mamma è quella che ti controlla la salute con la stessa urgenza con cui ti controllava i compiti è quella che si preoccupa anche quando non serve.

La mamma è quella che all’inizio la devi accompagnare tu a fare la spesa, poi un giorno ti dice che non ce la fa, che le fanno male le ossa.

E tu capisci che il tempo passa, ma che l’amore resta sempre.


La mamma è quella che ti dice:

“Buona notte amore.” E tu dormi.

Mentre lei resta sveglia ancora un po’, perché  il sonno della mamma arriva solo quando sa che tu stai bene.


La mamma è una lingua a sé, fatta di accenti impercettibili e sintassi affettiva. È quella presenza che non si misura con il tempo ma con la sua intensità.


La mamma è quella che c’è Sempre…Anche quando non c’è più.


Resta nei tuoi gesti, nelle tue abitudini, nelle frasi che inizi a dire anche tu senza accorgertene.


La mamma è quella che ti ama con un amore che non ha bisogno di spiegazioni perché lei è il punto di partenza e, in un certo senso, anche quello di ritorno.


Sempre.

mercoledì 14 maggio 2025

L’amore come eco di memorie condivise



Spesso si pensa all’amore come a un’esperienza concreta, fatta di gesti, incontri, quotidianità condivisa, ma esiste una forma di amore più sottile, silenziosa e profonda, quella che nasce da un legame emotivo ed evocativo, che unisce non tanto per ciò che si è vissuto insieme, quanto per ciò che si è sentito nel profondo, anche da soli. 


É un amore che si nutre di risonanze interiori, di ricordi che si intrecciano come fili invisibili, di nostalgie affini, che non sempre chiede presenza fisica, ma si manifesta come sintonia d’anima.


L’amore, in alcune sue forme più rarefatte e intense, non è solo esperienza condivisa, ma anche una forma di riconoscimento emotivo. È il ritrovarsi in un sentimento comune, in una memoria interiore che, per quanto individuale, trova improvvisamente un riflesso nell’altro. 


Quando due persone, pur non conoscendosi da bambini, scoprono di aver sognato gli stessi luoghi, provato le stesse mancanze, cercato gli stessi profumi perduti, accade qualcosa di misterioso e profondo. È come se il tempo e lo spazio si annullassero per lasciare emergere una memoria collettiva, ancestrale, che accomuna i cuori sensibili.


la nostalgia gioca un ruolo centrale in questo tipo di amore, non una nostalgia sterile, ma creativa, capace di riconoscere nell’altro non il proprio passato, ma la propria intima risonanza. Il dolore, l’incanto, il senso di vuoto provato da ciascuno diventa un ponte invisibile tra due solitudini che si riconoscono. 


Così, si può sentire vicinanza senza condivisione diretta, si può amare senza possedere, si può restare legati anche solo attraverso il pensiero, la voce, la scrittura.


Come due fari che non si sfiorano mai, ma che illuminano lo stesso tratto di mare, due persone possono essere unite da ciò che sentono, più che da ciò che fanno insieme.


É un amore meno appariscente, ma forse più autentico è quello che resiste al tempo, alle distanze, alle assenze. Non si spegne perché non si consuma, rimane sospeso, come una barca nella nebbia, che continua a portare l’eco di una presenza invisibile.


L’amore che nasce dalla condivisione emotiva, da una memoria comune anche se non vissuta insieme, è una delle forme più pure e misteriose dell’incontro umano.


 È la prova che si può essere profondamente vicini senza mai essersi toccati, che si può amare nell’assenza come nella presenza, nel silenzio come nella parola. In un mondo che esalta l’immediatezza e la visibilità, questo amore ci ricorda che ciò che unisce davvero le persone è spesso invisibile agli occhi, ma indelebile nel cuore.