mercoledì 13 agosto 2025

L’amore è uno scambio, non una resa








Le parole amore e dono vengono spesso confuse con sacrificio e rinuncia, c’è una verità che merita di essere ricordata l’anima non si regala a chi non è disposto a donare la propria. L’amore autentico non si costruisce su un palco dove uno parla e l’altro ascolta in silenzio; non è un monologo in cui solo uno dei due recita, mentre l’altro resta immobile tra le quinte.

 L’amore, per essere vivo e vero, è un dialogo due voci, due cuori, due presenze che si incontrano nello stesso spazio e nello stesso tempo, senza pretendere che uno si annulli per far brillare l’altro. Quando si dona l’anima, non si sta parlando di un semplice gesto affettuoso o di un atto generoso.

 Si tratta di consegnare la parte più fragile e preziosa di sé, quel nucleo intimo che custodisce sogni, paure, ricordi, valori e speranze. Consegnarlo a qualcuno che non è disposto a fare lo stesso è come aprire le porte di casa e restare fuori al freddo, mentre l’altro gode del calore senza mai invitarti dentro.

 L’amore sbilanciato è una terra arida uno dà acqua, l’altro la beve soltanto. Alla lunga, la sorgente si prosciuga. Un dialogo, invece, è un flusso reciproco si parla e si ascolta, si dà e si riceve. In questo scambio avviene il miracolo della crescita condivisa. 

Troppe storie si consumano perché uno dei due confonde l’amore con la dipendenza, il dono con la sottomissione, il silenzio con la pazienza. Ma un amore così non nutre soffoca. 

L’amore vero è il luogo in cui entrambe le anime si siedono allo stesso tavolo e offrono ciò che hanno, non per obbligo ma per gioia. Ecco perché, prima di regalare l’anima, bisogna chiedersi se l’altro è disposto a custodirla e, soprattutto, se è pronto a consegnarti la propria, perché l’amore, quello autentico, è fatto di due mani che si tendono allo stesso tempo, e non di una che si protende nel vuoto sperando di essere afferrata.

martedì 12 agosto 2025

L’altalena dell’estate


 Ci sono ricordi d’infanzia che restano impressi non solo per la dolcezza di un momento, ma per la lezione che, a modo loro, ci hanno insegnato.A volte arrivano da un abbraccio, altre da un rimprovero… e altre ancora da una caduta. 

L’estate del 1978, con il sole alto e l’odore della ghiaia calda, mi regalò una di quelle lezioni che non si dimenticano. 

Era un pomeriggio luminoso, di quelli che sembrano fatti apposta per stare all’aperto. Davanti a casa, sulla ghiaia chiara, c’era la nostra altalena da giardino asticelle di legno, supporti di ferro, e quell’aria robusta e un po’ arrugginita che avevano gli oggetti fatti per durare.

 A pochi passi, l’albero grande offriva ombra e un leggero fruscio di foglie, il sottofondo ideale per i giochi dei bambini. Per noi, quell’altalena non era un semplice posto dove sedersi era una piccola montagna da scalare. 

Bastava aggrapparsi, trovare il punto giusto per il piede, e in pochi secondi si arrivava in cima, a cavalcioni, con lo sguardo che poteva spaziare su tutto il cortile. Il gioco, in verità, finiva lì. 

Non c’era scivolo, né salti spettacolari… ma l’emozione di essere arrivati bastava. 

La mamma, seduta poco lontano, sorvegliava la scena e, come sempre, la sua voce si faceva sentire nel ripetere di stare attenta, di piantarla, di tornare indietro… ti fai male, ma  noi bambini, si sa, misuriamo i pericoli con il metro dell’entusiasmo. Finché il tono restava calmo, le sue parole erano solo un suono di sottofondo. 

Quel giorno, però, qualcosa cambiò. Forse la mamma si distrasse un attimo, oppure io mi sentii più sicura del solito. Arrivai in cima, mi sistemai per rimanere un po’ più a lungo… e fu allora che successe. 

Un piede scivolò, il corpo perse l’equilibrio, e in un istante mi ritrovai a precipitare dall’altro lato dell’altalena. L’impatto fu secco. La ghiaia graffiò il mio viso, lasciandolo bruciante e segnato di striature rosse. 

Per un attimo, il silenzio poi le lacrime, il richiamo della mamma, le mani calde che mi sollevavano da terra. Non servivano più parole avevo capito benissimo cosa significasse farsi male cadendo da quella altalena con  l’illusione di toccare il cielo con un dito. Il giorno dopo, il babbo decise di conservare il ricordo.

Mi mise in posa, col volto ancora segnato, e scattò una foto. Non per crudeltà, ma per fissare un pezzetto di vita. Oggi, riguardandola, sorrido in quell’immagine c’è tutta l’infanzia  la voglia di provare, la disobbedienza leggera, e il prezzo innocente di una piccola avventura.

lunedì 11 agosto 2025

Il valore dell’entusiasmo nel cammino verso il traguardo





Spesso misuriamo il successo solo guardando il traguardo raggiunto il diploma, la pubblicazione, la promozione, la medaglia, ma quel che davvero forma chi siamo e ciò che rende il percorso vivo e sostenibile è l’entusiasmo che mettiamo giorno dopo giorno nel cammino. 

Qui spiego perché l’entusiasmo è così importante, come funziona, quali ostacoli incontra e soprattutto come coltivarlo in modo pratico. 
L’entusiasmo non è un vezzo emotivo che compare a intermittenza è una lente che dà valore al tempo che spendiamo, trasforma la fatica in curiosità e rende sostenibili gli sforzi necessari per raggiungere un traguardo. 

Quando ci concentriamo solo sull’arrivo, rischiamo di ridurre il viaggio a una serie di controlli da barrare; mettendo invece l’entusiasmo al centro, il percorso diventa parte integrante del risultato ciò che apprendiamo, le persone che incontriamo e le abitudini che costruiamo. 

Dal punto di vista pratico, l’entusiasmo funziona su tre livelli interconnessi, per primo alimenta la motivazione quotidiana. Piccoli stimoli di piacere e riconoscimento che creano un ciclo positivo che ci porta a tornare al lavoro domani, e il giorno dopo. Poi favorisce il coinvolgimento profondo lo stato di concentrazione in cui il tempo sembra scorrere e impariamo più in fretta.

 Ed infine filtra l’esperienza emotiva del fallimento quando il focus è sul processo, un errore diventa informazione utile anziché condanna definitiva. 
Ci sono poi effetti a catena sulla qualità del risultato. 

Chi lavora con entusiasmo tende a esplorare più opzioni, a iterare di più e a prendere rischi calcolati  tutti elementi che migliorano la creatività e la robustezza del prodotto finale. Inoltre, l’entusiasmo nutre relazioni migliori colleghi, mentori e lettori percepiscono autenticità e partecipazione, e questo amplifica il valore del lavoro anche fuori dal singolo traguardo. 

Naturalmente l’entusiasmo non è costante. Può scemare per noia, stanchezza o confronti sociali. La questione cruciale non è eliminarne le fluttuazioni, bensì saperle gestire riconoscere i segnali di esaurimento, riallineare il compito ai propri valori, e rimodellare gli obiettivi in modo che diano spazio a piccole vittorie frequenti. 

Il punto è costruire condizioni che lo favoriscano organizzazione, rituali, varietà e senso piuttosto che aspettarlo come una musa capricciosa.In termini decisionali, scegliere l’entusiasmo come criterio significa preferire progetti e obiettivi che permettano impegno autentico e crescita personale, anche quando i premi esterni sono incerti. 

Significa anche accettare che non tutte le mete valgano lo stesso sforzo alcune vanno abbandonate o ripensate se il prezzo emotivo è troppo alto rispetto al valore che generano dentro di noi. 

Per essere concreti l’entusiasmo si coltiva con gesti semplici e ripetuti. In definitiva, l’entusiasmo è meno un’emozione fugace e più un’abitudine strategica lo si costruisce con attenzione alle condizioni esterne  e con pratiche interne. 

Mettere entusiasmo nel cammino non garantisce automaticamente l’esito desiderato, ma rende l’intera esperienza più ricca, resiliente e degna di essere ricordata.

domenica 10 agosto 2025

Le finestre di Villa Aurora



L’orfanotrofio di Villa Aurora si trovava in cima a una collina, con grandi finestre che guardavano la valle. D’inverno, il vento soffiava così forte che sembrava voler portare via le persiane; d’estate, invece, il sole entrava dalle stesse finestre e illuminava i volti dei bambini seduti ai lunghi tavoli di legno.


Sara aveva otto anni e un piccolo quaderno dalla copertina blu, sempre nascosto sotto il cuscino. Ogni sera, quando le luci si spegnevano, lo apriva e scriveva  non storie, ma liste. Elencava i nomi dei bambini dell’orfanotrofio, i loro sogni, le paure, le cose belle che avevano fatto quel giorno.


C’era Marco, che aveva paura del buio ma rideva fortissimo quando qualcuno faceva le smorfie. C’era Lina, che sapeva intrecciare i capelli come una vera parrucchiera. E poi c’era Amir, silenzioso, con occhi che sembravano conoscere più cose degli adulti.


Un giorno, arrivò una nuova bambina, Noemi. Non parlava quasi mai e si sedeva sempre vicino alla finestra più grande, quella che dava sulla valle. Sara, incuriosita, si avvicinò e le chiese:” Cosa guardi”?


Noemi alzò le spalle. La strada. Aspetto qualcuno.

Sara non chiese altro, ma quella sera, sul suo quaderno blu, scrisse Noemi aspetta qualcuno.


Passarono mesi. Le finestre di Villa Aurora continuarono a vedere passare le stagioni, i bambini a crescere e i sogni a cambiare forma. Poi, in un pomeriggio d’autunno, una macchina si fermò davanti al cancello. Una donna scese, i capelli raccolti e il viso emozionato. Quando Noemi la vide, si alzò di scatto e corse verso di lei.


Sara, dalla finestra, chiuse il quaderno blu. Alla voce Noemi aggiunse due parole  trovata casa.

Quella notte, per la prima volta, si accorse che nel suo elenco non c’erano solo perdite, ma anche finali felici.