lunedì 18 agosto 2025

Il veleno della rabbia


Arrabbiarsi è un’esperienza che tutti conosciamo accade quando ci sentiamo feriti, ingiustamente trattati, non ascoltati o quando qualcosa ci sfugge di mano. La rabbia, in sé, non è un’emozione negativa è una forza primitiva che ci segnala un pericolo o un’ingiustizia, che ci spinge a difenderci o a reagire, ciò che diventa dannoso è l’abbandonarsi a essa, lasciarle il comando della nostra mente e del nostro corpo.

La rabbia, se incontrollata, agisce come un veleno lento. Dentro di noi aumenta il battito cardiaco, il respiro si fa corto, i muscoli si irrigidiscono, il pensiero si annebbia. Non vediamo più chiaramente, non ragioniamo con equilibrio, e in quell’istante possiamo dire parole o compiere gesti che non avremmo mai voluto. Parole che feriscono, decisioni avventate, silenzi pieni di rancore: sono cicatrici che restano, molto più a lungo di quanto duri l’impeto della rabbia.


I danni non sono solo relazionali, ma anche interiori. Covare rabbia logora chi la porta dentro: aumenta lo stress, indebolisce il corpo, consuma energie preziose. È come tenere un fuoco acceso che non scalda, ma brucia chi lo custodisce. Spesso chi si arrabbia non punisce davvero l’altro, ma se stesso.


Imparare a riconoscere e gestire la rabbia significa evitare che diventi distruttiva. Non significa reprimerla, ma darle uno spazio controllato, trasformarla in parola invece che in urlo, in dialogo invece che in conflitto. La vera forza non è nell’esplodere, ma nel saper contenere, scegliere, dire ciò che serve senza ferire.


La rabbia è un avvertimento, non una condanna può segnalare ciò che non va, ma sta a noi decidere se usarla per costruire un cambiamento o per generare solo macerie.


Inoltre essa, non è altro che un fuoco che, se lasciato libero, brucia più chi lo porta dentro che chi lo riceve. Imparare a controllarla non significa soffocare le emozioni, ma scegliere di non lasciare che siano loro a guidare le nostre azioni. 


La vera saggezza sta nel trasformare la rabbia in forza costruttiva, perché solo così smette di distruggere e diventa occasione di crescita, chi  domina la propria rabbia diventa libero, chi ne è schiavo si condanna da solo.

domenica 17 agosto 2025

Il dono che incanta: il valore del talento





Ci sono persone che, quando le osservi, ti lasciano senza parole, non perché facciano qualcosa di straordinariamente complesso, ma perché lo fanno con una naturalezza che sembra appartenere a un’altra dimensione. È il talento quel dono innato che non si può comprare né forzare, ma solo riconoscere, coltivare e ammirare.


Il talento non è solo un’abilità particolare, è una scintilla che illumina chi lo possiede e chi ne è testimone. Può manifestarsi nella musica, nell’arte, nella scrittura, nello sport, ma anche nelle piccole cose la capacità di ascoltare davvero, di capire gli altri, di saper trovare una soluzione dove tutti vedono un problema.


Eppure, il talento da solo non basta è un seme prezioso che, se non viene annaffiato con impegno, disciplina e umiltà, rischia di rimanere nascosto sotto terra. Le persone che stupiscono davvero non sono solo quelle che hanno un dono, ma quelle che sanno trasformarlo in responsabilità, mettendolo al servizio di se stesse e degli altri.


Esso diventa allora un ponte tra il possibile e l’impossibile, tra l’individuo e la comunità. Basterebbe guardare qualcuno che lo esprime pienamente non ci deve solo far rimanere incantati, ma anche ispirarci a scoprire e coltivare il nostro, perché ognuno, in una forma o nell’altra, ha un dono che lo rende unico. La vera magia è saperlo riconoscere, nutrirlo e condividerlo.


Il talento è un dono che sorprende, ma il suo vero valore sta in come viene usato, non serve a brillare da soli, ma a illuminare anche chi ci sta accanto è lì che il talento diventa grandezza.

sabato 16 agosto 2025

Le culle del silenzio





Non parlava con sua sorella da anni.Non era successo in un giorno, ma a piccoli passi, come una strada che si riempie di crepe finché diventa impraticabile. Le incomprensioni si erano accumulate, mescolando orgoglio e ferite mai guarite, finché un giorno avevano smesso di cercarci. All’inizio qualcuno pensò che, prima o poi, una di loro avrebbe ceduto, ma il tempo si sarebbe fatto complice del silenzio e, un giorno dopo l’altro, le loro vite avevano smesso di sfiorarsi. 

Poi arrivò quella telefonata. Lucia era in cucina, con il caffè ancora caldo tra le mani. Il cellulare vibrò, e una voce dall’altro capo parlò con un tono che aveva il peso delle notizie irreversibili. Signora… mi dispiace darle questa notizia, sua sorella è deceduta questa mattina. Il mondo si fermò, lei restò in piedi, senza appoggio, come se tutto il corpo si fosse svuotato, ma non ebbe il tempo di metabolizzare la voce proseguì. C’è un’altra cosa, sua sorella ha lasciato due neonati… gemelli. 

Erano già registrati senza padre, non abbiamo altri nominativi di familiari, solo il suo. Il caffè le scivolò di mano e si sparse sul pavimento, ma Lucia non sentii nulla. Neonati? Mia sorella? Non sapeva nemmeno fosse incinta. 

Quando arrivò in ospedale, l’odore acre di disinfettante e il brusio lontano di passi sui corridoi mi avvolsero come un sudario. Un’infermiera l’accompagnò in un piccolo reparto, e lì, in due culle affiancate, c’erano loro. 

Minuscoli, avvolti in coperte bianche, con il viso sereno di chi non sa ancora nulla del dolore. Uno aveva un ciuffo di capelli scuri che ricordava i suoi figli, l’altro la pelle così chiara da sembrare di porcellana. Li guardò a lungo.

 Erano la sua carne e il suo sangue, ma allo stesso tempo due perfetti sconosciuti. Il cuore le si strinse al pensiero che la loro madre la sua sorella perduta non fosse lì a tenerli. Sentii il bisogno di toccarli, anche solo con un dito. 

Quando la mano sfiorò la loro pelle morbida, il nodo in gola si sciolse. In quel contatto c’era una promessa che non aveva ancora pronunciato, ma che già la impegnava per sempre non avrebbero conosciuto il vuoto e il silenzio che avevano separato loro due.

 Firmare quei documenti fu come sigillare un patto con il destino. Non sapeva come avrebbe fatto, se era pronta, se avrebbe potuto colmare un’assenza così grande, ma sapeva che, se non li avesse presi lei, sarebbero finiti in mani sconosciute.

 Quando lasciò l’ospedale, con due seggiolini sul sedile posteriore e un silenzio irreale in macchina, guardò nello specchietto. Due visi addormentati. Non conosceva il loro futuro, ma il suo era appena cambiato per sempre.

venerdì 15 agosto 2025

Il palazzo che racconta ancora










Quando Anna arrivò nel paese, il mare non era un panorama era un lavoro, un rischio, una necessità. Le case bianche si arrampicavano sulla collina per sfuggire agli spruzzi salati; giù, tra il molo e la scogliera, gli uomini parlavano sottovoce per non disturbare il vento. Anna scese dal pullman con una valigia rigida e un foglio arrotolato sotto il braccio il disegno di un palazzo sul mare.


Non aveva studiato architettura, ma sapeva contare le altezze con l’ombra a mezzogiorno e immaginare gli spazi come si fa con una melodia, nota dopo nota. Il palazzo, nei suoi pensieri, non era un capriccio sarebbe stato un rifugio con stanze fresche d’estate, una grande terrazza per i concerti, un portico su archi ampi dove i pescatori avrebbero potuto riparare le reti e i bambini ascoltare storie. Un luogo di riposo e di ritorno. 


Aveva messo da parte soldi e aveva scelto quello sperone di roccia, tra capperi e ginestre, dove le onde battevano sempre con lo stesso ritmo.

Firmò l’atto e iniziò a seguire i lavori con entusiasmo. Ogni mattina si presentava al cantiere osservava gli operai, prendeva appunti su un quaderno.


Il paese all’inizio mormorava. Alcuni ridevano, altri la osservavano con rispetto, per quella testardaggine gentile che non chiedeva permesso.

 Nessuno sapeva da dove venisse la tenacia di Anna; qualcuno diceva che era rimasta sola troppo presto, che cercava un modo per occupare il silenzio. Solo il mare pareva capire ogni sera, quando il cantiere si svuotava, le onde salivano a lambire la prima gradinata, come a provare l’acustica.


Arrivò l’inverno con il suo vento tagliente. Il palazzo salì fino al secondo livello, la terrazza iniziò a stendere la sua lingua di pietra verso la linea blu. Poi la malattia, sottile e rapida, la raggiunse senza scenate  un affanno che le mangiava i passi, una febbre che non voleva lasciarla. Anna smise di salire al cantiere; guardava da lontano, seduta su uno scalino di casa, il profilo del suo sogno che restava fermo come una nave in secca. 


Il cantiere si spense. Le impalcature si fecero grigie di sale, gli attrezzi presero ruggine. Nei mesi seguenti si parlò di comprare, di abbattere, di completare con appartamenti da affittare in estate. 


Ogni proposta si arenò contro qualcosa di muto e ostinato forse la povertà, forse la coscienza, forse il rispetto per quella donna che aveva preso il mare sul serio. Il palazzo rimase scheletro archi senza muri, scale che salivano verso il cielo, finestre senza vetri a incorniciare il vento. E quello scheletro cominciò a raccontare.


Passarono gli anni. Le stagioni ridipinsero la pietra con le loro mani in primavera la coprirono di ombre di capperi e rondini.


Una ragazza arrivò in paese con una macchina fotografica al collo e un’aria stanca da città lontana. Si chiamava Giulia. Aveva perso un fratello e da allora non sopportava i luoghi finiti, quelli perfetti; preferiva ciò che mostrava le cuciture. Lo scheletro la attrasse come una parola non detta.


Giulia cominciò a salire ogni sera la scalinata che non portava a nessuna porta. Fotografava la luce che passava tra due pilastri a seconda dell’ora, il modo in cui il mare entrava nei vuoti, i gabbiani posati come virgole sulle travi.


Organizzò, con i pochi amici che si era fatta, una serata di proiezioni la chiamarono “La Notte del Ritorno”. Portarono nel palazzo generatori, un lenzuolo teso tra due archi, un proiettore. Non misero sedie. 


La gente arrivò all’imbrunire, attirata dal chiacchiericcio. Sul lenzuolo scorsero le fotografie del cantiere, i volti dei muratori, una mano di Anna che toccava la pietra come si tocca una spalla. Poi apparvero parole brani dei quaderni, poesie anonime lasciate sulla bacheca del molo, nomi. Quando lo schermo si spense, nessuno parlò per un po’ si sentiva solo il mare.


Il giorno dopo il sindaco convocò una riunione. In molti proposero di stabilizzare lo scheletro, di renderlo sicuro, di farne un luogo pubblico non un museo, non un locale, non un monumento finto. “Una casa di ritorno,”  Gli ingegneri vennero con corde e caschi; misero catene d’acciaio invisibili, consolidarono le basi. Non aggiunsero muri. Lasciarono che il vento potesse passare, che la luce potesse tagliare l’ombra come un coltellino da pane.


Pian piano il palazzo incompiuto trovò una funzione piena la mattina ospitava un piccolo mercato del pesce quando il mare era generoso; al tramonto diventava un teatro senza sipario dove i musicisti provavano in cambio di una cena; nei pomeriggi di scirocco, i ragazzi appendevano amache tra due pilastri e leggevano libri. Nessuno prenotava, nessuno pagava, tutti restituivano. 


C’era una regola sola, scritta su una tavola di legno all’ingresso: “Non chiudere”.

Ogni anno, nel giorno in cui Anna era morta, Giulia appendeva, tra un arco e l’altro, fogli bianchi su cui chiunque poteva scrivere o disegnare. Un bambino scrisse: “Qui il mare non fa paura”.


Col tempo arrivarono giornalisti, curiosi, architetti. Alcuni volevano completare il palazzo secondo il progetto originario, ma i quaderni di Anna, riletti ad alta voce in piazza, dicevano chiaramente che il progetto originario era cambiare con la vita. E la vita, a volte, resta incompiuta per rimanere vera.

Forse Anna, che aveva desiderato un palazzo sul mare per chi non sapeva dove andare, avrebbe riconosciuto in quello scheletro di pietra una casa piena: piena di suoni, di pause, di ritorni.


Oggi, quando il sole scende e colpisce di lato la scalinata, il palazzo sembra una pagina su cui la luce scrive. I turisti fanno foto, i bambini corrono, i vecchi contano le barche. Qualcuno dice ancora che è peccato, non averlo finito, ma chi si ferma un attimo capisce che questo racconto non è una linea retta è un respiro. E quel respiro, tra il mare e la pietra, continua a pronunciare il nome di Anna ogni volta che il vento passa e racconta ancora. Sempre.