venerdì 9 maggio 2025

Il Sole Lontano





Ci sono esperienze che non hanno bisogno di clamore per essere grandi. Storie silenziose, che si consumano nei corridoi di un ospedale, nei piccoli gesti quotidiani, nelle battaglie che sembrano invisibili ma che cambiano il mondo di chi le affronta come è stato per Marco, del suo cammino e di un sole che sembrava troppo lontano.


Ogni giorno, all’alba, un corridoio si svegliava con il rumore familiare delle ruote di un carrello, ma  quel giorno fu diverso. 


C’erano passi, piccoli incerti e lui, Marco il bambino di una mia cara amica di appena 8 anni, maglietta arancione, scarpe troppo grandi e una flebo. Aveva un sogno semplice, arrivare alla finestra in fondo al corridoio.


La chiamava “il sole lontano”.

Non voleva vederlo per guarire, ma per ricordarsi com’era la luce quando il mondo era solo gioco e merenda.


Spingeva con forza il suo carrello, quello che la psicologa chiamava “l’albero della vita”. Ogni passo era una sfida. Ogni metro, una conquista.


Arrivò alla finestra, si aggrappò al davanzale e sorrise.

Era il suo modo per dire Io ci sono.


Qualche tempo dopo, una campanella suonò.

Quella campanella, che prima faceva paura, ora era libertà.


“Adesso il mio albero lo pianto in giardino,” disse.


Oggi Marco corre felice,si sbuccia le ginocchia, perde tempo dietro alle nuvole, ma ogni anno, torna lì per i controlli.


Lascia un disegno alla finestra un sole con una frase scritta a matita

“Per chi cammina ancora.”


Questa è quella forza silenziosa che ci abita, anche quando crediamo di non averne più. È il ricordo che, anche nei giorni più duri, esiste sempre una finestra verso la luce e che ognuno di noi, con i propri passi, può piantare un albero e continuare a camminare perché c’è sempre qualcuno che guarda quel sole lontano e sogna ancora.

giovedì 8 maggio 2025

Il passeggino rosa e la libertà


Ci sono momenti, anche nei luoghi più inaspettati, in cui la vita ci ricorda quanto siano importanti le piccole battaglie quotidiane. Spesso queste battaglie si combattono in silenzio, con uno sguardo complice, un sussurro delicato, o semplicemente lasciando spazio ai bambini di essere sé stessi, liberi da etichette. 

È accaduto qualche mese fa in un corridoio d’ospedale, mentre ero con il mio figlio Luca ed è stata una scena che non dimenticherò facilmente.


Luca è in camera con Leonardo e io decido di prendere una boccata d’aria uscendo nel corridoio in attesa che ci chiamino per il solito ricovero di routine.Poco più in là, nella camera difronte un bambino di circa cinque anni, gioca felice con un mini-aspirapolvere.


 A un certo punto arriva una bimba di due anni, che lo reclama con insistenza.


 La mamma del bambino cerca di convincerlo:“Dai, ci stava giocando lei, ridaglielo.”

Ma interviene il papà della bambina, con un commento che mi lascia gelare per un attimo: “Questo è un gioco da femminuccia…”

E come se non bastasse, la mamma del bimbo rincara: “Su torniamo in camera che lì c’è la macchinina.” Il bambino, a quel punto, molla il gioco. 


Io faccio fatica a trattenermi, ma evito di intervenire siamo in ospedale, l’ultima cosa che serve è un confronto. Ma poco dopo, la bambina passa vicino a me, fiera con l’aspirapolvere in mano. Si gira verso il padre con quella serietà disarmante dei bambini e gli dice: “Non è un gioco da femminuccia, papà.” 


A quel punto non resisto, mi accovaccio e le sussurro piano “Hai ragione, tesoro. Non è da femminuccia anche  i maschi passano l’aspirapolvere.”


Il papà della bimba mi guarda e scoppiamo a ridere. Non c’è rabbia tra noi, solo la consapevolezza di un messaggio passato, anche se il bimbo, purtroppo, non lo ha sentito.

Poco dopo torno nel corridoio e rivedo il bambino  con il suo papà e questa volta non ha una macchinina in mano, ma spinge fiero un passeggino rosa, con dentro un bambolotto.


Io ci credo i bambini miglioreranno il mondo ma per farlo, noi adulti dobbiamo smettere di ostacolarli, di mettere etichette anche alle cose più semplici, come un gioco perché se ancora oggi il lavoro di cura è sulle spalle delle donne, se ci riempiamo i social di video stupidi sulle donne incapaci alla guida, tutto questo inizia proprio da qui.


Dai giochi “Questo non è da maschio o questo è da femmina”.

Anche chi, come noi, cerca di stare attento, a volte inciampa nei vecchi schemi ma è un percorso che va fatto.

Per loro e con loro.

mercoledì 7 maggio 2025

Il silenzio dell’amore platonico



Amare senza possedere, senza toccare, senza neppure confessare può sembrare un paradosso nell’epoca dell’espressione immediata, ma è una forma d’amore antica quanto l’uomo stesso, questa possibilità cela un mondo ricco di sfumature emotive, delicatezze interiori e talvolta anche di sofferenza silenziosa.


L’amore platonico nasce dal riconoscere nell’altra persona qualcosa di profondamente bello, non necessariamente nel senso fisico, ma spirituale, intellettuale, etico. 


È un amore che si nutre della sola esistenza dell’altro, della sua presenza nel mondo, senza pretendere nulla in cambio. Non ha bisogno di parole, eppure abita i silenzi. Non cerca approvazione, ma si esprime nei piccoli gesti, negli sguardi rubati, nel modo in cui l’altro viene pensato anche quando non c’è.


Ci sono molti motivi per cui un uomo potrebbe non confessare questo amore. Forse teme di compromettere un equilibrio prezioso, come un’amicizia profonda. Oppure intuisce che l’amore non sarebbe ricambiato e sceglie il silenzio per non ferire se stesso o l’altra o è semplicemente consapevole che quel sentimento, pur essendo autentico, non ha bisogno di essere dichiarato per esistere.


Pensiamo al poeta Giacomo Leopardi che per l’intera sua esistenza è segnata dall’amore per Silvia, un amore idealizzato, spesso silenzioso, vissuto più nella proiezione che nella realtà. Proviamo ad immaginare un uomo che per anni accompagna una collega con discrezione, la ascolta, la incoraggia, la ammira in segreto senza mai dirle davvero cosa prova. Non perché non abbia coraggio, ma perché sente che quell’amore, così puro e libero da pretese, trova la sua verità proprio nel non essere detto.


Naturalmente, questa forma d’amore non è priva di rischi. Il silenzio può trasformarsi in rimpianto, in frustrazione, in una distanza che si allarga col tempo. Ma quando è scelto consapevolmente, può essere anche una forma di grande rispetto e dedizione.


In quel silenzio, spesso, c’è una profondità emotiva che le parole non saprebbero dire.

Non tutti gli amori devono essere vissuti per essere veri. Alcuni restano nel cuore, come segreti che illuminano la vita dall’interno.

martedì 6 maggio 2025

Il Primo Sguardo




Ci sono istanti che non hanno bisogno di parole, che si imprimono nel cuore come un sigillo eterno. Uno di questi momenti è arrivato per me con la forza dolce di un miracolo, nel silenzio sospeso tra un battito d’ansia e uno di speranza. 


Eri tu, figlio mio, che stavi per venire al mondo. Tutto il tempo vissuto fino ad allora si è contratto in un solo punto luminoso il tuo primo sguardo. 


Raccontare questa esperienza è come riaprire un cassetto segreto, pieno del profumo dell’attesa, del tremore dell’amore assoluto, e di quella luce che ho visto nei tuoi occhi appena li hai aperti per la prima volta.


Era una notte densa e silenziosa, il mondo sembrava trattenere il fiato. Io lo facevo davvero. Da ore sentivo che qualcosa stava cambiando dentro me, un movimento profondo, come se la terra si stesse aprendo per lasciarti uscire.


 Il dolore era un’onda, ma dietro ogni contrazione c’era una spinta d’amore che mi portava più vicina a te. Ogni secondo era un passo, ogni lacrima era un grido d’amore che ti chiamava.


La sala parto era piena di suoni ovattati, voci, macchinari, mani che si muovevano con precisione. Ma per me, in quel momento, c’era solo un pensiero: “Quando lo vedrò?”

Poi, improvviso, un vuoto… seguito da un suono. Il tuo pianto. Forte, deciso, vivo.


Ti hanno poggiato su di me. Avevi ancora addosso il calore del mio ventre, e io tremavo. Ho cercato i tuoi occhi, anche se sapevo che forse non mi avresti guardata subito. Ma tu lo hai fatto. Hai aperto gli occhi e in quel minuscolo gesto ho visto l’universo intero.


I tuoi occhi erano profondi, scuri come la notte da cui eri appena uscito, ma dentro brillava una luce che non avevo mai visto prima. Non era solo la vita. Era l’inizio di qualcosa di sacro. 


In quello sguardo ho visto chi eri, chi saresti stato, e ho sentito qualcosa in me che si rompeva e si ricomponeva il mio cuore diventava madre. La mia identità cambiava in un secondo. Tu eri il centro del mio mondo, il mio miracolo.


Ti parlavo piano, una cantilena d’amore, e anche se non capivi le parole, sentivi la vibrazione della mia voce. Tu, minuscolo e potente, mi stavi già insegnando qualcosa che nessuno aveva mai potuto che cos’è l’amore che non chiede nulla in cambio, l’amore che nasce solo per donarsi.


I giorni seguenti sono stati una danza di scoperte, ogni piccolo gesto la tua mano che cercava il mio dito, il tuo respiro che si fondeva con il mio durante il sonno era un nuovo capitolo del nostro legame. Ma nulla, nulla è stato intenso come quel primo sguardo. Lo custodisco come un tempio. 


Quando la vita fa rumore, quando mi sento stanca o persa, torno lì. A quel momento. Ai tuoi occhi appena aperti.


Ci sono tanti sguardi nella vita quelli che ci sfiorano, quelli che ci feriscono, quelli che ci passano accanto. Ma il tuo, quel primo sguardo, ha inciso dentro di me una verità incrollabile che l’amore più grande può nascere in un attimo e durare per sempre.


E così, ogni volta che ti guardo oggi, più grande, più consapevole, so che in fondo ai tuoi occhi c’è ancora quella luce. Quella luce che ho visto la prima volta che ci siamo visti davvero. Lo sguardo più bello della mia vita.

Il tuo.