giovedì 24 luglio 2025

Il maglione grigio





Era una di quelle giornate storte pioggia battente, semafori eterni e una notizia ricevuta male. Marta camminava a testa bassa, il cappuccio tirato su, il cuore stretto come il nodo che da giorni sentiva in gola.

Non parlava con nessuno da ore. Anche il cellulare era silenzioso nessun messaggio, nessuna chiamata. Ma in fondo, non avrebbe saputo nemmeno cosa dire.


Si sedette sotto la pensilina del tram, le mani fredde nelle tasche, e un respiro che tremava più della pioggia. Aveva voglia di piangere, ma non usciva una lacrima. Solo stanchezza.


Fu allora che la vide arrivare.

Giulia. Il suo maglione grigio largo e stropicciato, la borsa sempre troppo piena e quello sguardo che ti legge dentro senza chiedere permesso.


Non disse nulla. Si sedette accanto a lei.

Solo un silenzio buono, morbido, pieno.


Dopo qualche minuto, Giulia tirò fuori un pacchetto di biscotti quelli al cacao che Marta amava da bambina e glielo porse. Marta sorrise appena, accennando un grazie con gli occhi.

Poi, con naturalezza, Giulia le mise una mano sulla spalla. E basta. Nessun discorso, nessuna soluzione. Solo presenza. Solo esserci.


E fu in quell’istante che Marta lo capì ci sono amicizie che non si chiamano amicizie. Si chiamano casa.

E Giulia era la sua.


Perché a volte l’anima riconosce chi ci appartiene, ancora prima che il cuore abbia il tempo di rendersene conto.


Si  parla di legami rari, quelli che sfuggono alle etichette. Non serve chiamarli amici del cuore o migliori amici, confidenti perché sono qualcosa di più profondo sono rifugi. Sono persone che non cercano di capire, perché già comprendono. Sono quelle che appaiono nei momenti in cui non hai la forza di chiedere, ma loro sanno. E ci sono.


E quando accade, non è fortuna. È riconoscimento.

L’anima, in silenzio, ha scelto. E il cuore, grato, le va dietro.

mercoledì 23 luglio 2025

Madre, nonostante tutto




Ho avuto due madri quella che mi ha messa al mondo e quella che mi ha cresciuta.

La prima era una ragazza di diciott’anni, spaventata, senza reali alternative. Dopo il parto, mi lasciò in orfanotrofio. Finì poi per vivere una vita irregolare, distante, incapace di costruire un futuro per noi. Tornò nella sua famiglia, oppressa dal giudizio, ma continuò la sua esistenza frustrata accanto a quell’uomo sbagliato ( mio padre) in una relazione clandestina.


La seconda madre, quella adottiva, mi ha accolta quando ero solo una neonata. Mi ha dato un tetto, un’educazione, una routine ma non l’amore sereno che immaginavo.


 È ad oggi una donna rigida, ferita dal fatto che io non sono figlia sua e questa ferita l’ha fatta parlare spesso con il silenzio, un silenzio che puniva. 


Sono cresciuta portando sulle spalle un peso troppo grande. Il dolore dell’abbandono mi è cresciuto dentro come una pianta velenosa. 


Mi sentivo rifiutata, non voluta, caricata di colpe che non erano mie. Ho vissuto per anni divorata da rabbia e risentimento verso chi mi aveva dato la vita,  e con chi mi ha cresciuta senza mai perdonarmi di essere il frutto di un’altra.


Solo da adolescente qualcuno mi fece riflettere:” forse tua madre non fu libera di decidere, forse fu costretta”. Quelle parole scavarono un solco. Seppi che mi cercava, che aveva studiato e lavorava come contabile in una scuola. Forse sperava di riscattarsi oppure un modo per ritrovarmi, ma ormai per me era un’estranea.


Nonostante tutto, sono riuscita a trovare la mia strada, ho  

studiato, mi sono diplomata, ho vinto un concorso. Insegno con dedizione ai bambini della scuola dell’infanzia e ho costruito la mia famiglia, con impegno e desiderio di stabilità.


Ora che mia madre biologica non c’è più, il dolore non si è placato, ma qualcosa dentro di me si è ammorbidito e sento il bisogno di lasciare andare parte del rancore. 

Sento il bisogno di chiudere il cerchio, di non lasciare che quel dolore si tramuti in eredità. 


Ai miei figli e ai miei nipoti insegnerò l’importanza della cura, perché solo la cura quella vera, quotidiana, attenta può impedire al dolore di diventare ferita permanente.


Abbiate cura delle persone che avete accanto, delle parole che scegliete, dei legami che costruite, perché la cura è l’unico gesto che può salvare, anche quando l’amore non basta, anche quando fa male o vi sembra inutile perché la cura è ciò che resta, quando tutto il resto cade.

martedì 22 luglio 2025

Fratelli un legame che va oltre il sangue







Ci sono legami che nascono con noi, che non scegliamo, ma che ci scelgono. I fratelli sono tra questi, ma essere fratelli non significa soltanto avere un cognome in comune o crescere sotto lo stesso tetto. 

C’è qualcosa di più profondo, di invisibile e tenace, che lega due anime cresciute una accanto all’altra è il filo sottile della memoria condivisa, delle battaglie combattute insieme, delle parole dette e, ancora di più, di quelle taciute.

Essere fratelli non è solo condividere una casa, una merenda, una madre.

È molto di più.

È avere accanto qualcuno che ha visto le stesse albe e gli stessi temporali. Qualcuno che sa esattamente da dove vieni, e forse, proprio per questo, può aiutarci a non dimenticarlo mai. È quella certezza che nei momenti in cui tutto traballa, c’è almeno una persona al mondo che conosce il tuo passato senza che tu debba spiegarlo.


Un fratello è complice e rivale, spalla e muro, conforto e provocazione. È l’eco dei nostri passi nel corridoio della vita, è lo specchio che, anche se deforma un po’ i ricordi, li conserva intatti.


Un fratello è quel nome che ti scappa nei sogni e che, anche da lontano, ti fa sentire meno solo.

Con lui si litiga per l’ultimo biscotto, ma anche condiviso il primo dolore vero. Ci sono risate fino alle lacrime  senza dover spiegare il perché, ci sono silenzi che dicono più di mille parole.


Essere fratelli è sapere che, anche quando la vita separa, trasforma, allontana, c’è qualcosa che resta.

E non è solo sangue ma storia, radice. 

È destino…

È sapere che c’è sempre un porto sicuro  magari scomodo, magari burrascoso ma incredibilmente familiare.

È un modo di dire Tu ci sei da sempre e per sempre.

lunedì 21 luglio 2025

L’abbraccio che riconsegna la vita


Ci sono frasi che sembrano sussurrate dall’anima, parole che custodiscono desideri profondi e universali.

 Ogni donna, nel corso della sua esistenza, attraversa territori interiori complessi, fatti di ferite, di sogni infranti, ma anche di forza silenziosa e resilienza. 

In questo cammino, a volte solitario, può arrivare un incontro capace di cambiare tutto un uomo che non vuole possederla, ma comprenderla. Non qualcuno che cerchi di riempire i suoi vuoti, ma che la accompagni mentre lei stessa li abita e li risana.

Ogni donna dovrebbe incontrare almeno una volta nella vita un uomo capace di prenderla per mano senza invaderla, ma con la delicatezza di chi sa che l’intimità non è un luogo da conquistare, bensì un tempio da rispettare.


Un uomo che non tema la profondità delle sue emozioni, che non fugga davanti alle sue cicatrici. Un uomo che non abbia bisogno di salvarla, ma che desideri camminare accanto a lei mentre lei salva sé stessa. Qualcuno che non si spaventi se la sua anima è complessa, mutevole, ferita o ribelle, ma che anzi, ne resti affascinato.


Un abbraccio a volte basta. Quando è autentico, pieno, silenzioso. Un abbraccio che non chiede nulla ma che contiene tutto. Che dice “ti vedo” senza parole, e che con quel semplice gesto sembra restituire a una donna ogni parte dispersa di sé bambina, amante, madre, guerriera, fragile e forte.


Non è romanticismo idealizzato, ma il bisogno profondo di ogni essere umano essere accolti nella propria verità, e sentirsi al sicuro nel cuore di un altro e ogni donna merita questo un uomo che non tema la sua luce, né la sua ombra, ma che con rispetto, presenza e amore, le ricordi che la vita anche dopo tanto dolore può ancora cominciare.