sabato 29 novembre 2025

Quando i bambini sembrano non ascoltare










I bambini ascoltano sempre, anche quando pare che siano distratti, assorti nei loro giochi o persi nelle loro immaginazioni. 


L’ascolto infantile non è lineare come quello adulto non si limita alle parole pronunciate, ma ingloba gesti, toni di voce, silenzi, sguardi e persino le pause tra una frase e l’altra. È un ascolto totale, diffuso, che coinvolge l’intero corpo. 


Un bambino osserva come ci muoviamo, come respiriamo, se sospiriamo dopo una telefonata, se alziamo gli occhi al cielo quando pensiamo di non essere visti. Tutto diventa informazione anche ciò che crediamo innocuo o trascurabile.


Gli adulti spesso commettono un errore  confondono l’attenzione apparente con la capacità di comprendere. Pensiamo che un bambino distratto, che costruisce torri di Lego mentre parliamo, non stia ascoltando. Eppure, è proprio in quei momenti che assimila, filtra, trattiene. I bambini colgono l’essenza, non la forma. 


Non hanno bisogno di comprendere un concetto in modo razionale per afferrarne il peso emotivo. Se percepiscono tensione, paura, rabbia o tristezza, la registrano dentro di sé, a volte senza parole per descriverla, ma con sensazioni precise che li accompagneranno a lungo.


Questo continuo assimilare è un processo circolare l’ambiente li nutre, loro lo interpretano, lo trasformano in pensieri, immagini, racconti interiori. Ciò che vivono diventa ciò che sentono; ciò che sentono diventa ciò che credono di meritare; ciò che credono di meritare diventa il modo in cui si relazionano agli altri. 


È un ciclo silenzioso, discreto, che si svolge nelle ore della quotidianità, tra un rimprovero frettoloso e un abbraccio dato con il cuore.


Per questo, la responsabilità degli adulti non è spiegare tutto alla perfezione, ma comunicare con autenticità. Le parole sono importanti, certo, ma lo è ancora di più ciò che fanno trasparire il rispetto, la cura, la presenza. 


I bambini capiscono molto più di quanto pensiamo non perché siano prodigi dell’intelletto, ma perché sono creature intere, immerse nell’esperienza. Noi crediamo di educarli attraverso i discorsi. In realtà, educano se stessi osservando come viviamo.


E allora, quando ci sembra che non stiano ascoltando, chiediamoci se siamo noi a non vedere come ascoltano con quella straordinaria sensibilità che appartiene solo a chi è ancora capace di imparare dal mondo senza pregiudizi.

venerdì 28 novembre 2025

Il tranello della speranza








La speranza porta con sé una luce sottile ti invita a credere che domani sarà diverso, che qualcosa o qualcuno si muoverà per salvarti dal dolore di oggi. Non chiede di lottare, solo di aspettare. È gentile, consolatoria, quasi materna. Ma proprio per questo diventa pericolosa. Ti tiene fermo mentre la vita scorre, ti addestra all’attesa invece che al coraggio. La speranza ti sfiora come una carezza, ma lentamente ti disarma.


Conobbi una donna di cui nessuno ricordava il nome, in un piccolo ospedale di periferia. La chiamavano tutti la signora che spera. Aveva un figlio tossicodipendente, e un marito che se n’era andato quando la situazione era diventata ingestibile. Ogni volta che la vedevo, aveva gli occhi stanchi ma dignitosi, lo stesso sorriso incollato alle labbra che diceva sempre: “Vedrà, prima o poi cambierà”.


Il figlio aveva 24 anni. Entrava e usciva dai centri di recupero come se fossero fermate di un autobus. Prometteva, piangeva, ricadeva. Quando spariva per qualche giorno, lei si sedeva alla finestra e aspettava di vederlo sbucare all’angolo della strada. Non telefonava, non andava a cercarlo, non chiedeva aiuto Devo avere fiducia, ripeteva. Era convinta che la speranza fosse una prova di amore.


Un giorno la incontrai per strada. Il ragazzo era stato arrestato, aveva rubato in un supermercato. Lei teneva in mano un sacchetto di arance. Mi disse che gliele avrebbe portate appena lo trasferivano. Parlava come se fosse questione di poco Quando uscirà, ripartirà. Deve solo trovare la forza. Le arance brillavano rosse nella plastica, come un sole piccolo, portatile.


Passarono mesi. Non la vidi più. Quando tornò, sembrava più vecchia di dieci anni. Il figlio era morto in cella, overdose. Lei mi guardò e fece una cosa che non avevo mai visto fare a un essere umano sorrise. Non per felicità, ma per inerzia. Come se quel sorriso fosse ormai parte integrante del volto. Io ci ho creduto fino alla fine, disse. Non accusava nessuno, non malediceva il destino. La sua voce non tremava era svuotata.


In quel momento compresi la violenza invisibile della speranza. Non le aveva dato la forza di lottare. Le aveva insegnato ad attendere, consumando ogni gesto possibile. Aveva trasformato la tragedia in un futuro immaginario, e quel futuro in un cuscino morbido su cui sedersi, mentre la realtà scivolava accanto a lei, spietata e indifferente.


La speranza non l’ha protetta. L’ha tenuta immobile. E quando la vita le ha presentato il conto, non le ha concesso nemmeno la rabbia. Rimase lì, con le arance che nessuno avrebbe mangiato, a fissare un orizzonte che non riguardava più nessuno. Essere vivi, a volte, significa scegliere. Lei non scelse mai sperò.

giovedì 27 novembre 2025

Quando l’ansia diventa un peso per la memoria








L’ansia non è solo un pensiero che ci attraversa la mente. È come una pioggia costante che cade sul nostro cervello, soprattutto sull’ippocampo, una piccola struttura nascosta in profondità, responsabile della memoria e della nostra capacità di orientarci tra passato, presente e futuro. Immaginiamoci come archivisti silenziosi che mettono in ordine tutto ciò che viviamo, le esperienze, le emozioni, le informazioni che ci servono. Quando l’ansia arriva e si ferma troppo a lungo, si perde il ritmo, ci si stanca e si comincia a faticare.


Non serve conoscere terminologie mediche o meccanismi complessi basta capire che il cervello reagisce a ciò che proviamo. Se ogni giorno viviamo con la paura di sbagliare, con l’ossessione per il domani o con la tensione nel petto, il corpo manda un messaggio chiaro al cervello Siamo in pericolo. E l’ippocampo, continuamente allertato, funziona come un motore sempre acceso. A volte, si surriscalda come quando si tiene il cellulare in carica mentre lo si usi prima o poi diventa meno efficiente.


Questo processo non avviene da un giorno all’altro, ma con l’ansia cronica, con quelle preoccupazioni che non mollano mai la presa, l’ippocampo invecchia prima del tempo. Non perché sia malato, ma perché per troppo tempo è stato costretto a lavorare in condizioni di emergenza. Così può diventare più difficile ricordare le cose semplici, concentrarsi o vedere con chiarezza una situazione. La mente rallenta un po’, come se avesse bisogno di recuperare fiato.


Ecco perché imparare a gestire l’ansia non è un capriccio o una moda del momento. È un atto di cura verso noi stessi. Fermarsi, respirare, ritrovare un equilibrio nelle giornate difficili permette al nostro cervello di riposare. Significa dare all’ippocampo la possibilità di recuperare, di tornare a fare il suo lavoro con calma, senza la fretta di spegnere incendi emotivi.

In fondo, non siamo nati per vivere sempre in difesa. L’ansia può bussare alla porta, ma non dovrebbe diventare un coinquilino fisso. Quando iniziamo a domarla, non solo proteggiamo i nostri pensieri  proteggiamo anche quel piccolo custode della memoria che ci accompagna per tutta la vita.

mercoledì 26 novembre 2025

Quando il cuore sceglie ciò che la ragione teme



Innamorarsi delle persone sbagliate è un’esperienza comune, quasi universale. Non accade perché siamo ingenui o incapaci di giudicare, ma perché l’amore non nasce nella parte razionale della mente nasce nell’inconscio, in quel luogo dove memoria, desiderio e bisogno si intrecciano. Ci innamoriamo spesso di ciò che ci somiglia o, al contrario, di ciò che colma un vuoto che percepiamo dentro di noi. Il cuore, a volte, non cerca ciò che è sano cerca ciò che è familiare.

Ci sono persone che portano dentro ferite antiche, affettive o emotive. Senza accorgersene, riconoscono negli altri le stesse dinamiche che hanno vissuto in passato il genitore distante, il partner imprevedibile, la figura che dà tanto e poi ritira tutto. E anche se queste dinamiche ci fanno soffrire, hanno un sapore conosciuto. Così ci avviciniamo a chi ci fa sentire esattamente come ci siamo sentiti un tempo, pensando di poter riscrivere la storia o guarire ciò che non è stato guarito.

Un altro motivo è la proiezione scambiamo il potenziale per realtà. Vediamo l’altra persona non per ciò che è, ma per ciò che potrebbe diventare grazie a noi, al nostro amore, alla nostra pazienza. Trasformiamo l’innamoramento in un progetto di salvezza. Non amiamo l’individuo, amiamo il suo possibile cambiamento. Ma la vita ci insegna che nessuno migliora solo perché lo desideriamo. Ci ritroviamo allora a investire energie emotive in un rapporto sbilanciato, dove idealizzazione e delusione si alternano.

Esiste poi l’elemento del rischio, del “brivido”. Le persone complicate, instabili, narcisiste, imprevedibili attirano perché rompono la monotonia. Offrono emozioni forti, anche se dolorose. E nel breve periodo l’emozione intensa viene scambiata per passione. La calma, invece, viene confusa con la noia. Non ci accorgiamo che la serenità è un dono, mentre il caos è un debito.
Non bisogna però colpevolizzarsi ogni persona arriva nella nostra vita per farci vedere qualcosa. 

Le relazioni sbagliate insegnano i confini, la dignità, la misura dell’amore che siamo disposti a dare, e quello che abbiamo diritto di ricevere. Se impariamo ad ascoltare i segnali, il dolore diventa un maestro e non una catena. Il cuore, lentamente, smette di cercare ciò che lo ferisce e impara a riconoscere chi non lo usa come un rifugio temporaneo, ma come una casa.