
La speranza porta con sé una luce sottile ti invita a credere che domani sarà diverso, che qualcosa o qualcuno si muoverà per salvarti dal dolore di oggi. Non chiede di lottare, solo di aspettare. È gentile, consolatoria, quasi materna. Ma proprio per questo diventa pericolosa. Ti tiene fermo mentre la vita scorre, ti addestra all’attesa invece che al coraggio. La speranza ti sfiora come una carezza, ma lentamente ti disarma.
Conobbi una donna di cui nessuno ricordava il nome, in un piccolo ospedale di periferia. La chiamavano tutti la signora che spera. Aveva un figlio tossicodipendente, e un marito che se n’era andato quando la situazione era diventata ingestibile. Ogni volta che la vedevo, aveva gli occhi stanchi ma dignitosi, lo stesso sorriso incollato alle labbra che diceva sempre: “Vedrà, prima o poi cambierà”.
Il figlio aveva 24 anni. Entrava e usciva dai centri di recupero come se fossero fermate di un autobus. Prometteva, piangeva, ricadeva. Quando spariva per qualche giorno, lei si sedeva alla finestra e aspettava di vederlo sbucare all’angolo della strada. Non telefonava, non andava a cercarlo, non chiedeva aiuto Devo avere fiducia, ripeteva. Era convinta che la speranza fosse una prova di amore.
Un giorno la incontrai per strada. Il ragazzo era stato arrestato, aveva rubato in un supermercato. Lei teneva in mano un sacchetto di arance. Mi disse che gliele avrebbe portate appena lo trasferivano. Parlava come se fosse questione di poco Quando uscirà, ripartirà. Deve solo trovare la forza. Le arance brillavano rosse nella plastica, come un sole piccolo, portatile.
Passarono mesi. Non la vidi più. Quando tornò, sembrava più vecchia di dieci anni. Il figlio era morto in cella, overdose. Lei mi guardò e fece una cosa che non avevo mai visto fare a un essere umano sorrise. Non per felicità, ma per inerzia. Come se quel sorriso fosse ormai parte integrante del volto. Io ci ho creduto fino alla fine, disse. Non accusava nessuno, non malediceva il destino. La sua voce non tremava era svuotata.
In quel momento compresi la violenza invisibile della speranza. Non le aveva dato la forza di lottare. Le aveva insegnato ad attendere, consumando ogni gesto possibile. Aveva trasformato la tragedia in un futuro immaginario, e quel futuro in un cuscino morbido su cui sedersi, mentre la realtà scivolava accanto a lei, spietata e indifferente.
La speranza non l’ha protetta. L’ha tenuta immobile. E quando la vita le ha presentato il conto, non le ha concesso nemmeno la rabbia. Rimase lì, con le arance che nessuno avrebbe mangiato, a fissare un orizzonte che non riguardava più nessuno. Essere vivi, a volte, significa scegliere. Lei non scelse mai sperò.
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